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PIT STOP…da DIO 2020

E’ la prima volta che ho vissuto l’esperienza del Pit Stop a La Verna

Sono partita carica e piena di entusiasmo…recarsi in un posto cosi sacro, dove San Francesco ha calpestato con i propri piedi il terreno di quel monte; mi riempiva di onore il cuore solo al pensiero di poter avere la possibilità di andare a calpestare con i “MIEI PIEDI” quel terreno, ricco di grazie e santità.

Nel mio cammino di fede San Francesco è stato sempre presente e anche in questa occasione mi ha guidato a vivere questa santa esperienza.

Le prime parole di lode e di ringraziamento va a coloro che sono state nel corso di quei 3 giorni le nostre guide: Suor Nadia, Suor Alessandra e Suor Catia; che tramite la parola del vangelo, di San Francesco e la preghiera quotidiana mi hanno fatto vivere la preghiera e fatto incontrare Gesù in momenti che ancora non avevo sperimentato: i momenti di preghiera quotidiana (lodi, vespri, compieta…e adorazione..! ), e i momenti di servizio dove regnava una grande spiritualità tra noi ragazzi e senso di comunità nel prestare servizio. Non mi aspettavo che in questi momenti si potesse avere l’opportunità di pregare e di incontrare nella “spiritualità del servizio” Gesù.

Questa esperienza è stata una vera e propria benedizione per il mio cammino di Fede e di vita!

Consiglio a tutti di farla! Ti mette in mano l’occasione di rispondere a tutte quelle domande che fino ad ora ti eri posta su te stessa (lavoro, scuola e tanto altro) e sulla tua fede.

Non sono tornata però con tutte le risposte!! Quindi…. vale proprio la pena ritornarci!!!

Roberta Di Franco.

Qualche giorno dopo esser tornata a casa dal Pit Stop ho preso la Partenza: una volta che si arriva alla fine del proprio percorso scout come educando, ti viene posta davanti la scelta che ti porta alla condivisione o meno di tre valori/aspetti della vita: scelta politica, servizio e fede.

Al Pit Stop ho avuto la possibilità di mettermi al servizio degli altri ed è stata l’ennesima conferma di quanto questo valore sia fondamentale nella mia vita e di quanto mi abbia e mi stia facendo crescere. Il discorso sul punto fede invece è un po’ più complicato. Essendo una persona razionale e concreta, fatico nell’idea dell’affidarsi, ma allo stesso tempo tendo a pensare ed indagarmi molto e i momenti di riflessione, catechesi e deserto sono per me fondamentali. Grazie questi momenti ho colto l’occasione per riflettere sul perchè abbia scelto di prendere la partenza e non il saluto una volta e credo che l’essere stata l’unica scout del gruppo mi abbia aiutato. Condividere la mia esperienza con persone al di fuori dello scoutismo mi ha fatto vedere come viene percepito questo ‘mio’ mondo dal di fuori e questo confronto mi ha aiutato nel riflettere sulle mie scelte.

Nonostante i pochi giorni condivisi assieme, ho percepito un forte clima di comunità, favorito anche dalla condivisione del servizio che secondo me da la possibilità di conoscere meglio l’altro.

Sicuramente sarebbe stato ancora maggiore se avessimo avuto la possibilità di condividere quanto veniva fuori dalle riflessioni proposte così da avere altri spunti.

Consiglio quest’esperienza soprattutto se si hanno dubbi o bisogno di indagarsi. Non bisogna sentirsi frenati dal fatto che possa essere interpretata come un ritiro spirituale, perchè nonostante i propri punti di vista sul punto fede credo che prendersi del tempo per se stessi, per indagarsi e per gli altri aiuti a crescere.

Anna Cangini

Nelle Sue mani per sempre!

Raccontami un po’ di te, la tua famiglia, gli studi, la parrocchia, la tua crescita, da quale esperienza vieni.

Sono nata a Cesena, ho vissuto per 21 anni a Ronta. Sono l’ultima di tre sorelle. Sono cresciuta nell’ambito della parrocchia e degli scout (Cesena 1). Ho studiato all’ istituto alberghiero di Cervia e poi ho fatto un anno di scienze motorie. É in questo anno che, attraverso un senso di inquietudine e insoddisfazione, ho percepito e non escluso la possibilità di una vita consacrata.

L’esperienza di Dio é sempre stata presente, con i normali alti e bassi,  avvicinamento e allontanamento. Sicuramente sono state fondamentali le esperienze degli scout e della parrocchia che anche nei momenti di lontananza hanno continuato a tenermi legata alla fede, anche se con un filo sottile!

Entrata in convento ho fatto una prima parte di formazione in Italia e poi gli ultimi 3 anni, prima della professione temporanea, in Colombia.

Perché una giovane oggi decide di farsi suora? E per sempre?

Perché incontri Gesú, ti senti amata e questo amore ti fa innamorare. L’incontro con Gesú non arriva come un fulmine… Ma va cercato e custodito ogni giorno. Ogni giorno si può riscoprire l’amore di Dio, attraverso la sua Parola, la storia, i fratelli e le sorelle. Tutto può essere esperienza di Dio e della sua vicinanza.

Come scrive la nostra fondatrice: “Mi sento attaccata e appoggiata solo alla misericordia di Dio.” é per questo che fra qualche giorno dirò il “per sempre”; per dire che non sono le mie forze o le mie fragilitá ad essere ciò che riempie la vita ma il suo Amore totalmente gratuito e per tutti.

Cosa cerchi nella tua vita? Cosa finora hai trovato? Cosa ti aspetti?

Credo di cercare quello che cercano tutti: la felicitá! E per adesso ho capito che é qualcosa che non riguarda il vivere tranquilli e senza fatiche ma é soprattutto una vita piena di Vita! É uno stare nella vita con ciò che ti dona e cercare in tutto l’Amore di Dio.

Ho giá consegnato la vita a Dio 7 anni fa con la professione temporanea e quello che ho ricevuto fino ad adesso é stato il “100 volte tanto” di cui si parla nel vangelo. “100 volte tanto” in gioie e fatiche, in mamme e padri, in fratelli e sorelle.

Cosa mi aspetto e cosa spero… “la vita eterna” 😁

Come sono le tue giornate? Cosa farai e dove andrai?

In questo momento vivo nella fraternitá di Santarcangelo.

Come fraternitá custodiamo una delle chiese della parrocchia e cerchiamo di partecipare alla vita parrocchiale attraverso le attività con i giovani. Io collaboro come educatrice nel gruppo del triennio superiori.

Inoltre, sono presente presso il Binario5, un centro di aggregazione nella zona della stazione a Cesena, dove facciamo attività in collaborazione con le scuole e le altre associazione del territorio.

La famiglia religiosa mi ha affidato, insieme ad altre suore e laici, il servizio di animazione missionaria dell’istituto.

Quest’anno ricomincerò lo studio con il corso di laurea magistrale in pedagogia, così da terminare il percorso di studi in scienze della formazione, intrapreso qualche anno fa.

Però questo è solo l’elenco delle attività concrete, dietro a tutto c’è tutta la gioia di donarsi a Dio e ai fratelli e alle sorelle, perché la vita va restituita in ogni momento attraverso le azioni, i pensieri, le parole, il ringrazimento.

Quali pensieri in questi ultimi giorni di vigilia. Cosa ti guida?

In questi giorni sono tanti i pensieri e i sentimenti. C’è la gioia, la paura, un po’ di ansia. So che è un momento importante per me e per chi mi sta accanto. Quando in certi momenti riesco a fermare i pensieri sull’organizzazione, quello che emerge è la pace di sapere che la mia vita è nelle mani di Chi mi ama e non mi abbandona, di Colui che mi ha chiamato e mi conduce verso di Lui oggi e per sempre.

ENTRARE PER USCIRE!

“Una chiesa in uscita”….
È da qualche anno che in ambito cattolico queste parole girano e rigirano!

Le abbiamo lette per la prima volta, nel 2013, in un libretto scritto da un uomo, vestito di bianco, che si era trasferito da poco in Vaticano dal sud America.

A molti è piaciuta l’idea di una “chiesa in uscita”, qualche passo in questi anni è stato fatto. Poi è arrivato il 2020, il Coronavirus, il lockdown e tutti a giocare a “nascondino” nelle proprie case!
Tutti in casa! Tutti dentro, non si esce più!

Qualche novità nella pastorale l’avevamo apportata… ma ora?
Come ci incontriamo? Come celebrare l’Eucarestia? Come parlare ai ragazzi del Vangelo?
E allora come fare? Come realizzare una “Chiesa in uscita” se non possiamo uscire?

È incredibile come l’obbligo a entrare in casa ci abbia mostrato la via per “uscire” da noi stessi. Lasciare le abitudini, le consuetudini, le azioni pastorali sicure, quei canali che sempre ci hanno portato alle persone, quelle 4 magiche parole che ci danno sicurezza “abbiamo sempre fatto così”!

Forse potrebbero risuonarci tanto attuali le parole del profeta Isaia: “Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa.” (43,18-19)
Oggi stiamo facendo cose nuove!

Zoom, canali youtube, dirette streaming, skype, webinar, piazze virtuali, postare, mettere like… parole nuove!? Una nuova pastorale!? una nuova strada che può essere la porta di entrata per uscire verso il mondo, per portare la parola del Vangelo.

Ma attenzione, Gesù è chiaro:
“Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli,
è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro
cose nuove e cose antiche» (Mt 13,52).
Non tutto è da lasciare, non tutto è da cambiare, il discepolo mette insieme cose antiche e cose nuove!

Ci avviciniamo al giorno di Pentecoste, giorno della nascita della Chiesa, giorno del dono dello Spirito.
Allora in questi giorni mi viene da chiedere a Gesù, con ancora più forza, il dono dello Spirito.
Viene da chiedere il dono della disponibilità e della docilità all’ascolto.
Viene da chiedere il dono del coraggio per uscire ed entrare nel mondo con lo zaino pieno di Vangelo.
Viene da chiedere il dono di quello Spirito che, 2000 anni fa, ha chiesto a Pietro di andare in casa del centurione Cornelio, ha guidato Filippo lungo la strada deserta che va da Gerusalemme a Gaza per battezzare un Etiope e ha condotto san Paolo lungo il fiume per incontrare Lidia.
Che questo Spirito oggi soffi anche su di noi per annunciare a ogni fratello e sorella che Gesù è vivo e ci ama profondamente!

Suor Chiara F.

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Santarcangelo in Colombia

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Estate 2019 in Colombia

“Cosa ti è piaciuto della Colombia? La domanda mi è stata rivolta la prima volta da Hermana Sandra durante una passeggiata tra le strade trafficate di Cartago, quando ero giunto quasi alla fine della mia esperienza.

 La domanda non era affatto banale e scontata e la risposta lo era ancora meno, perché non era facile sintetizzare tutte gli episodi, le sensazioni ed emozioni vissute durante quei giorni che ancora non avevano una forma ben definita.

Dopo una breve riflessione la risposta è stata che oltre alla classica comida mi erano piaciute molto l’accoglienza e il calore delle persone che avevo incontrato: sin dal mio arrivo, infatti, ho riscontrato una gentilezza e una disponibilità a conoscersi che mi hanno fatto sentire davvero a mio agio.

Tutto era iniziato circa un anno fa, durante la fiera di san Martino che si tiene ogni anno a Santarcangelo di Romagna. Passeggiando, mi è apparsa una bancarella addobbata con i colori giallo rosso blu, dove un gruppo di ragazzi davano il loro prezioso contributo proponendo piatti tipici per raccogliere fondi per le missioni in Colombia. In quel momento  ho immaginato che avrei potuto realizzare il mio desiderio di fare un’esperienza missionaria visitando un paese che mi incuriosiva da tanto tempo, e così dopo essermi presentato è iniziato il mio percorso di avvicinamento alla missione.

Arrivato a Bogotà l’impatto è stato subito piuttosto forte, nonostante quella non fosse la mia prima volta in un paese del Sudamerica. Nel tragitto dall’aeroporto  all’hogar con suor Catia mi sono saltate subito agli occhi scene inconsuete per i nostri costumi, come  ad esempio vedere ragazzi che trainavano carretti carichi di materiali di recupero che, come mi è stato raccontato, è un’attività abbastanza comune in città: quella del riciclo. Ma anche  persone che dormivano nelle aiuole divisorie delle corsie stradali: si trattava per la maggior parte di venezuelani fuggiti dal loro paese in cerca di una vita migliore.

Un breve assaggio della capitale e sono ripartito. Dopo un viaggio in bus di 10 ore, dove per buona parte sono rimasto ad ammirare il bellissimo paesaggio che scorreva davanti ai miei occhi, sono arrivato al colegio di Cartago dove sono subito entrato in contatto con la realtà della scuola, gestita in modo impeccabile da Las Hermanas, e con i circa 400 bambini e ragazzi che si stavano disponendo in formazione  in palestra per la oración mattutina.

Sin dai primi momenti si sono instaurati subito bellissimi legami con Las Hermanas ,i ragazzi, gli insegnanti e tutto il personale. La loro curiosità per una persona arrivata da un paese tanto lontano, conosciuto per lo più per la pizza e le canzoni di Albano e Romina , era molto evidente. Lo era a partire dalle domande dei più piccoli su come si dice questa o quella parola in italiano, fino ai suggerimenti dei piu’ grandi che si prodigavano in semplici ma apprezzatissimi consigli di sopravvivenza urbana.  Durante la mia permanenza ho avuto la fortuna di poter approfondire queste amicizie, ascoltare le loro vicende, in alcuni casi difficili e dure da accettare.  Per alcuni bambini, poter tradurre dall’italiano una lettera giunta dai loro padrini o madrine ha rappresentato per me il dono piu’ grande che potessi offrire loro, in quanto ad ogni frase che leggevo potevo vedere i loro occhi sognanti che probabilmente si immaginavano come poteva essere il mondo da cui proveniva quel testo.   

Anche  le visite alle famiglie con Hermana Sandra, mi hanno permesso di  comprendere meglio la realtà locale: vedere i mercati, pieni di frutta tropicale per me strana ma deliziosa, le strade dei vari barrios in cui non manca mai la musica come una sorta di colonna sonora quotidiana, le case senza campanelli dove ancora si bussa solo per cortesia, visto che spesso la porta è già aperta, i motorini parcheggiati dietro il divano che mi stupiscono ogni volta. Le case sono semplici come le persone che le abitano e che in alcuni casi vivono difficoltà quotidiane con grande dignità e sempre pronte ad offrire un succo di frutta, un sorriso e una benedizione.

Questi gesti in apparenza semplici che tutte le persone  che ho incontrato mi hanno donato, sono quelli che mi hanno accompagnato durante l’esperienza e mi sono rimasti dentro anche dopo il mio rientro.

Marco di Santarcangelo

Ciao sono Maria e sono stata tutto il mese di settembre in Colombia precisamente a Villavicencio.

Le Suore mi hanno fatto sentire subito a “casa” appena sono atterrata prima a Bogotà dove sono stata una notte e poi a Villavicencio.

Sono stata tutto il mese immersa da grida, sorrisi, abbracci di tantissimi bambini che non mi mollavano neanche un secondo.

La realtà della Colombia è molto forte, non mi immaginavo di vedere tanta  povertà , io sempre abituata alla vita in Italia mi sono immersa in un mondo che mi sembrava tanto lontano ma in reatà così vicino a me.

Molte persone vivono davvero immerse nella povertà e nella sporcizia.

Passavo le mie giornate nel centro educativo dove tanti bambini e ragazzi studiano e svolgono varie attività di diverso tipo.

Il centro è aperto alla mattina e al pomeriggio e molti bambini Venezuelani immigrati in Colombia hanno la possibilità di pranzare lì e poi con un carro tutti i giorni vengono riportati nelle loro case.

Alcune mattine accompagnavo Suor Bernarda a trovare gli ammalati nelle loro case e lei offriva loro la comunione. È stato un servizio molto forte perchè vedevo realtà difficili, persone tanto malate immerse nella povertà delle loro case, ma era molto bello perchè appena entravo nelle loro case mi bastava sorridere e subito queste persone erano felici. Questo servizio mi ha dato tanta soddisfazione. Sono stata anche un giorno nell’ospedale, ho aiutato un ragazzo a mangiare e ho visto situazioni veramente difficili.

Provavo a volte anche tanta tristezza nel vedere certe persone , cose e situazioni ma cercavo di portare il mio sorriso e nel mio piccolo di fare del bene con un piccolo gesto o semplicemente un abbraccio che per me puó sembrare un gesto così banale, ma qua vale più di qualsiasi altra cosa.

Villavicencio è un Paese sorridente, c’è sempre festa , le persone ballano dall’alba al tramonto con musica a tutto volume, c’è tanta allegria.

Ho stampati nella mente davvero tanti sorrisi che mi porteró per sempre nel cuore.

Stando un mese là mi sono resa conto di quanto sia bello e importante occuparsi di un bambino in affido a distanza.

Perchè davvero con pochi soldi all’anno riusciamo a dare tanto bene facendo studiare ragazzi e bambini.

Io ho avuto la possibilità di andare a trovare la ragazza che assieme alla mia famiglia abbiamo in affido da molti anni. È stato davvero emozionante vederla tanto felice per averle dato la possibilità di studiare. Sono stata anche invitata a cena con loro e mi hanno dato alcuni regalini da portare a casa alla mia famiglia!

Sono andata a trovare anche un altro bambino che viveva in una casa che sembrava fatta con materiale di recupero. Qui ci abitano tanti bambini senza babbo. Erano felicissimi perchè da poco avevano un po’ di cemento per terra al posto della terra.

Questa missione mi ha fatto riflettere e tanto bene al cuore. Sicuramente tanti sguardi, tanti sorrisi, tanti abbracci mi accompagneranno per sempre.

Infine ringrazio le Suore che mi hanno fatto da seconda famiglia consigliandomi e standomi vicine in ogni situazione.

Maria di Cesena

BEIRUT CALLING

I giovani della Caritas diocesana e la loro Lebanese Experience

Beirut Calling, Beirut sta chiamando.

Come cantavano i Clash nella loro celebre canzone London calling, inno alle preoccupazioni delle vicende mondiali del tempo, così è stato chiamato il campo di servizio che la Caritas diocesana ha organizzato per giovani volenterosi che hanno scelto di trascorrere due settimane della propria estate a rimboccarsi le maniche a Beirut e non solo, in Libano.

L’idea di un campo di volontariato internazionale, novità di quest’anno, è nata per integrare le attività che il centro diocesana già porta avanti rispetto ai temi della mondialità e dell’accoglienza, come i laboratori nelle scuole, gli eventi di sensibilizzazione, l’aiuto concreto a chi ne ha bisogno.

L’intento era, in particolare, di accendere i riflettori sull’ampia questione della mobilità umana che negli ultimi anni tanto interroga la nostra quotidianità, non solo  sulla capacità di inclusione delle nostre comunità, ma anche e soprattutto sulle difficoltà dei Paesi di provenienza di chi è costretto, per svariata natura, a spostarsi.

Si è pensato, quindi, di rivolgersi sia a giovani già impegnati nel sociale, sia a giovani lontani dal mondo del volontariato, proponendo un campo di servizio in un luogo di passaggio, di rifugio e di accoglienza che possa mettere in relazione le attività diocesane rivolte a beneficio dei migranti ed un contesto internazionale.

Un luogo impegnato nella risoluzione di crisi umanitarie – di cui sentiamo tanto parlare,  ma di cui continuano a faticare a rilevarne la gravità – e che fungesse poi da osservatorio privilegiato per conoscere e comprendere le articolate dinamiche della regione del vicino oriente, passaggio fondamentale per avere una più chiara lettura anche degli sviluppi delle nostre comunità.

Il Libano, nella sua complessità e nelle sue contraddizioni, offre oggi scenario ideale per un’attività che si ponesse tali obbiettivi.

Vasto poco più che la Basilicata, tassello dell’intricato mosaico mediorientale, sta affrontando le sfide sia economiche sia politiche che i conflitti e l’instabilità dei Paesi limitrofi impongono.

Segnato anch’egli da una guerra civile che ha dilaniato la nazione a cavallo degli anni ’70 e ’90, e da tensioni mai risolte con lo Stato di Israele, ingombrante vicino di casa, ha dovuto caricarsi sulle spalle buona parte del peso e delle conseguenze derivanti dalla crisi della guerra siriana, iniziata nel 2011 e non ancora terminata.

Secondo i dati raccolti dall’ UNHCR, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, infatti, il numero totale di profughi presenti in Libano è di 952,562 , composto soprattutto da rifugiati siriani, in fuga da appunto un territorio che non sembra trovare pace.

Il Governo libanese, invece, sostiene che il Paese abbia accolto in realtà oltre un milione e mezzo di profughi dall’inizio delle crisi ad oggi, la maggior parte dei quali vive in condizioni di estrema povertà, in tendopoli nella valle della Bekaa o in quartieri popolari dove abusi ed episodi di razzismo sono all’ordine del giorno.

A partire dal 2014, inoltre, una serie di misure adottate dal Governo libanese ha reso sempre più complicato per i rifugiati siriani ottenere un legale permesso di soggiorno, senza il quale è impossibile avere accesso ai servizi pubblici, lavorare regolarmente o semplicemente ricevere un certificato di nascita.

Le condizioni in cui versano i bambini, in particolare, sono drammatiche: il 75% di loro, non va a scuola e il lavoro minorile è molto diffuso.

 Lo sforzo profuso per arginare tutto ciò e palpabile una volta si visiti il Paese, così come palpabile la fatica di una popolazione, quella libanese, ritrovatasi a gestire una situazione emergenziale numericamente insostenibile.

Basti pensare, ad esempio, che il tasso di disoccupazione dei circa 4 milioni di cittadini (si ricordi sempre che i profughi stimati sul territorio sono circa 1 milione) è schizzata dal  7 per cento del 2011 al quasi 40 per cento di oggi, il debito pubblico è in costante aumento, i flussi di capitale esteri in forte calo e la forza economica di quella che una volta veniva definita la Svizzera del medio oriente è solo un pallido ricordo.

All’interno di questa cornice di convivenza civile, inoltre, bisogna considerare il fragile equilibrio sia demografico che istituzionale che abita il paese dei cedri.

L’ordinamento dello Stato e la rappresentanza parlamentare sono rigidamente regolati in base all’appartenenza religiosa.

L’ufficio di Presidenza della Repubblica è assegnato ad un cittadino cristiano maronita, il ruolo di Primo Ministro è affidato ad un cittadino musulmano sunnita, il Parlamento composto per metà da deputati cristiani e per metà da deputati musulmani, e presieduto da un cittadino musulmano sciita.

Una democrazia confessionale dove ogni possibile tensione o mutamento demografico può portare precarietà nella coesione sociale e nei rapporti di forza di governo.

Leggendo queste righe capirete quindi che per dei giovani italiani giunti per offrire la loro goccia di aiuto nel mare mosso del contesto libanese, fosse necessario avere una guida sicura per orientarsi  e non naufragare.

La collaborazione con Caritas Libano, avviata già nell’inverno dalla Caritas diocesana , ed in particolare, una volta atterrati, con i giovani volontari che ne fanno parte, è stata in questo senso una vera ancora.

Le due settimane di volontariato e di conoscenza del paese sono state vissute fianco a fianco con loro, orgogliosi di mostrarci le attività che svolgono su tutto il territorio nazionale, e le bellezze della loro terra.

Nel concreto due sono, principalmente, sono stati i servizi che ci hanno richiesto.

La prima settimana siamo stati educatori di un summer camp, un campo scuola, che la Caritas libanese aveva organizzato nel distretto di Koura, nel nord del paese.

La seconda settimana abbiamo avuto modo di recarci in due diversi campi profughi, una tendopoli di contenute dimensioni ed un edificio a più piani dove risiedono più di duecento famiglie, tutte siriane.

In entrambi è difficile svolgere qualunque tipo di opera.

I servizi statali sono assenti e le organizzazione non governative, sempre meno e con sempre meno fondi, riesco a malapena ad offrire cure mediche ai casi più emergenziali.

I volontari che vi si recano possono mettersi in ascolto delle storie che gli sfollati hanno da raccontare ed intrattenere per qualche ora la miriade di bambini che altrimenti non avrebbero svago alcuno.

Gesti semplici, ma potenti, che nelle prossime righe saranno raccontati dalle ragazze e dai ragazzi che li hanno vissuti e compiuti in prima persona.

Ci è stato offerto uno scorcio di un luogo tanto complesso quanto affascinante, un luogo di guerra imminente e pace guadagnata, un luogo che è al contempo museo delle disuguaglianze e mostra di solidarietà.

Se ne sei incuriosito sfoglia le prossime pagine! 

Davide Agresti

UN MOSAICO DI FEDI E DI VOLTI

UN MOSAICO DI FEDI E DI VOLTI PER RIVELARE LA PRESENZA DI DIO IN OGNI ANGOLO

In alcune ore del giorno, soprattutto in quelle dove il sole dipinge il cielo con i suoi colori più accesi, in Libano si possono udire il suono delle campane e la voce del muezzin che confondendosi e fondendosi richiamano il cuore di ciascun uditore alla presenza di Dio nel tempo.
Il Libano, soprattutto nella sua parte centrale,mostra la sua caratteristica di mosaico di diversità e bellezza, sia nelle chiese e nelle moschee poste l’una vicino all’altra e tanto somiglianti architettonicamente, sia in questi suoni che si confondono.
In questo paese infatti convivono diciotto confessioni religiose, di cui 12 musulmane e 6 cristiane e si tenta, anche a livello istituzionale, di proteggere questa diversità cercando di garantire a tutti i fedeli una condizione di parità. Il presidente della Repubblica è cristiano maronita, il primo ministro è musulmano sunnita, il presidente del parlamento è musulmano sciita.
Elemento di fortissima unione fra le diverse religioni presenti è Maria (Meriem per i mussulmani). Ovunque in Libano si trovano statue di Maria (alcune anche di dimensioni mastodontiche) ma solo dopo alcuni giorni ci siamo accorti che dietro a questa tendenza c’erano ragioni ben più profonde di un semplice devozionismo. Quando siamo andati in visita al santuario di Our Lady of Lebanon, infatti, fra i tanti pellegrini cristiani -sia cattolici che maroniti- abbiamo incontrato anche diversi uomini e donne (alcune anche con il bulka) mussulmani, anch’essi in pellegrinaggio da Meriem. Nell’islam infatti viene riconosciuta molta importanza a Meriem, tanto da dedicarle un intera sura del Corano. E’stato commovente vedere come oltre alla devozione, quella presenza così “massiccia” di Maria rispondesse al desiderio di incontrarsi, di valorizzare ciò che si condivide più che ciò che divide.
La convivenza fra diverse religioni e confessioni non è certamente facile e girovagando da nord a sud del libano ci siamo accorti anche di quanto gli equilibri cambino da zona a zona e siano sempre da ricreare fra fanatismi ed estremismi di ogni religione, ma l’esperienza di quella terra ci ha anche fatto vedere e toccare con mano quanto sia vero ciò che diceva s. Giovanni Paolo II “ Il Libano non è un paese, è un messaggio”. Questo paese infatti, con il suo semplice esistere e con la sua ricchezza, parla di incontri e convivenze che sono possibili, non a partire dalla negazione della dimensione religiosa o delle differenze ma proprio cercando gli aspetti di spiritualità che possono costituire punti di connessione.
Tale apertura è continuamente da riscegliere. Abbiamo incontrato cristiani che hanno ancora vivo il ricordo di tempi di persecuzione e lotta; la Chiesa Libanese si è mostrata a noi come una chiesa che ha saputo e sa accogliere e amare l’altro -a qualsiasi credo appartenga- ma che in alcuni momenti subisce in modo forte il timore di ritornare in situazioni di disequilibrio tali da mettere in pericolo i propri fedeli.
I cristiani libanesi, in maggioranza maroniti, sembrano vivere un forte senso di appartenenza alla Chiesa e, anche attraverso Caritas, coinvolge e educa molti giovani e giovanissimi al servizio e alla vita spirituale E’una chiesa con un volto giovane ma che ha radici profonde anche nel passato.
Bellissimo è stato visitare la Kadija Vally (La valle santa) luogo di rifugio per i cristiani perseguitati ma anche luogo di preghiera, dove si possono trovare monasteri costruiti – oserei dire incastonati- nella roccia.
In uno di questi cenobi, dopo un cammino su sentieri di montagna, abbiamo avuto la grazia di celebrare la S. Messa, insieme ad un gruppo della Caritas di Lodi.
Nelle tante chiese visitate era affascinante vedere come tratti della spiritualità latina si fondessero con elementi orientali, più simili alla chiesa ortodossa e con scritture, tratti e stili che richiamavano il mondo arabo, che generalmente associamo all’Islam.
Molto arricchente è stato poi scoprire due figure di santi tanto amate dai Libanesi: Santa Rafqa e S. Charbel. Quest’ultimo è conosciuto come il “ Padre Pio del Libano”. I giovani stessi ci tenevano a farceli apprezzare e ci hanno condotto a mete di pellegrinaggio relative a queste figure.
Questi sono solo alcuni degli aspetti che abbiamo potuto cogliere del modo di vivere da fede e la religione in Libano.
In dodici giorni non possiamo dire di conoscere approfonditamente questo paese e la sua spiritualità ma certamente abbiamo potuto fare esperienza di una Chiesa sorella che ci ha accolto con grande cura e attenzione, che ci ha testimoniato una grande carità e spirito di servizio verso i più fragili, che cerca di costruire cammini di pace e che sa valorizzare, coinvolgere e responsabilizzare i giovani.
Abbiamo potuto incontrare Ely, Antony, Peter, Nour, Tania, Maron, Rafka…: fratelli nella fede che al di là della fatica a comunicare, ci hanno trasmesso una fede viva, in cammino, capace di provocare.
Abbiamo potuto ascoltare donne rifugiate Siriane e mussulmane che ci testimoniavano la loro fede nella Provvidenza divina,
Abbiamo potuto condividere la fede dei nostri compagni di viaggio nei momenti di preghiera mattutina e nelle condivisioni di domande e vissuti.
Abbiamo potuto scorgere la tenerezza e la pedagogia di Dio che giorno dopo giorno, imprevisto dopo imprevisto ci ha educato e condotto alla scoperta di mondi altri fuori e dentro di noi.
Abbiamo potuto riconoscere la presenza di Dio nascosta nei bimbi Siriani dei campo profughi, nella generosità dei giovanissimi volontari, nella maestosità dei cedri del Libano, nella gioia dei bimbi del Summer camp, nella bellezza dei monasteri maroniti, nella vivacità della musica libanese e nelle mani unite durante la danza tipica che gioca proprio sull’appoggiarsi all’altro per lanciarsi verso l’alto, mantenendo sempre il ritmo comune, la comunione.
Suor Nadia

Di seguito potrete trovare articoli, testimonianze e foto che potranno forse mostrare un po’ dell’abbondanza di questa esperienza.

Dal 29 luglio al 9 Agosto 2019 venti giovani (e quattro accompagnatori fra cui una suora della sacra Famiglia) hanno colto l’occasione proposta da Caritas Faenza- Modigliana di essere ospitati dai giovani di Caritas Libano per vivere un esperienza di servizio e conoscenza di questa realtà.
I giovani di Caritas Libano ci hanno accolto con una generosità ed un calore immensi. Abbiamo vissuto con loro sia giornate di scoperta della bellezza del libano, sia un campo di 5 giorni per l’integrazione e la crescita di 70 bambini libanesi e siriani insieme, sia la visita in alcuni campi profughi. Proprio questa è stata la gradualità pedagogica con cui il Signore ci ha fatto immergere nella realtà del Libano.
Prima di partire per il Libano sapevo poche cose di questa terra, tornava spesso nella Sacra Scrittura, nei salmi che preghiamo quotidianamente come una terra di bellezza, di ricchezza; avevo il ricordo di quando da bambina ne sentivo parlare quasi tutte le sere al TG, immaginavo alcune caratteristiche e, a ridosso della partenza abbiamo fatto alcuni incontri per approfondirne la conoscenza ma in realtà arrivati lì ci siamo accorti di non sapere nulla del Libano. Questo ci ha salvati. Ci ha fatto mettere in un atteggiamento di vero ascolto e incontro.
Siamo ripartiti ancora più convinti di non poter ancora dire di conoscere profondamente questa terra ricca di bellezza e contraddizioni, ricchezza e povertà, desiderio di accogliere e timore di essere” occupati” e appiattiti dall’altro. Siamo ripartiti con le valigie piene di persone, luoghi, realtà, bellezza, storia, fede,lingue,cibo, conflitti e speranze e soprattutto la sensazione di lasciare una casa. Una casa che ci attende, una casa viva, in movimento, che ancora dobbiamo terminare di conoscere ma che sentiamo comunque nostra.

Quando Luca ha descritto a un suo amico quello in Libano come “il viaggio degli imprevisti” si è sentito rispondere: “Senza imprevisti che viaggio è?”. Così pensiamo che anche il ritorno a casa sia parte integrante del viaggio.
Per noi due, sicuramente, uno dei frutti di questa esperienza è stato ed è tuttora affrontare nella quotidianità l’impatto che il rientro ha generato nella nostra relazione.
Questo ci ha aiutato a scavare e ad andare più in profondità nel nostro cammino personale e di coppia.
Un altro aspetto di cui siamo grati è aver potuto incontrare un popolo che prima era solo protagonista di articoli o report, mentre ora dopo aver condiviso tempo, energie, affetto e sofferenza non è più così distante. Ora quando leggiamo qualche notizia la possiamo collegare a dei volti, a un’esperienza condivisa, e questo accorcia le distanze, sia fisiche che culturali.
Elisa, svolgendo la professione di infermiera, trascorre molto tempo a contatto con le persone, e quando le capita che qualcuno le chieda come ha passato le ferie, condivide volentieri questa esperienza. È contenta soprattutto di vedere la reazione delle persone che non rimangono mai indifferenti, ma si lasciano toccare e interrogare dai racconti sul popolo libanese e sul popolo siriano, sulla guerra e sui campi profughi in cui migliaia di persone come noi vivono in condizioni di estremo disagio e sofferenza. Questo le dona la speranza che, in un mondo dove regnano l’egoismo e la disgregazione, si possa ancora creare un contagio di carità, che nel cuore degli uomini si possa accendere la compassione per l’umanità sofferente, che ci riscopre tutti fratelli.
Per Luca, in questo senso, è stato toccante l’incontro con Radda, una signora siriana che abita in un campo profughi. Nonostante l’impatto iniziale molto forte a causa delle differenze sociali e culturali, è stato bello scoprirsi fratelli, entrambi figli amati da un unico Dio.
Siamo rimasti entrambi molto colpiti dal bisogno di tanti bambini di essere guardati e voluti bene con attenzione particolare, per poi renderci conto che nel servizio che svolgiamo durante l’anno in parrocchia gli occhi dei bambini italiani esprimono la stessa identica richiesta!
Questa ricerca dei ragazzi di qualcuno da seguire ha interpellato molto Luca, che al nostro ritorno ha scelto di prendere ancora più sul serio il servizio in parrocchia con i giovani delle medie.
Per tutti e anche per noi due è stato, infine, sorprendente riscontrare sulla propria pelle come l’amore, anche nelle sue forme più piccole e quotidiane, generi vita! Entrambi conserviamo gelosamente i fiori che Awad, ragazzino siriano, ci ha regalato e il suo affetto per noi per qualche tuffo insieme mano nella mano probabilmente ci resterà scolpito addosso per sempre!
Elisa e Luca

Sono partita in Libano il giorno del mio 42º compleanno. Ero la più “vecchia” del gruppo ma ho imparato tanto dai nostri ragazzi volontari e dai giovani volontari Caritas libanesi. Ho imparato tanto soprattutto da coloro che avevano difficoltà a parlare in lingua straniera e che invece hanno comunicato con il gioco, con lo sguardo, con la voglia di darsi con tutto il cuore. Ho imparato tanto dai ragazzi libanesi, proprio da coloro che non sapevano come gestire i bambini perché attraverso loro ho visto la capacità di attendere, di aspettare, che nel mondo occidentale abbiamo pressoché perduto. Ho imparato tanto anche dai bambini che a 10 anni già parlano tre lingue, l’arabo, l’inglese e il francese. Ho imparato dai luoghi, dai posti di blocco che dividono le regioni, dalla frontiera fluida con Israele, dalle bandiere sventolanti dei partiti di lotta armata, dai poster dei martiri all’entrata di alcune città.. Ma anche dai resti archeologici romani che raccontano una grandiosità e un primato che noi attribuiamo sempre a Roma e che invece, proprio lì, alla porta d’oriente avevano raggiunto fasti e maestosità degni di una capitale.
Ho imparato dai campi rifugiati che non c’è “il campo”, che non c’è “il rifugiato” ma modi diversi attivati da persone fuggite dalla guerra di reagire a uno spazio imposto, uno spazio che non hanno desiderato, che subiscono e dal quale non possono paradossalmente andarsene.
Ho anche imparato dai sapori, quello dell’Arak, bevanda alcolica che unisce il Mediterraneo dal Libano alla Grecia (Ouzo), passando per la Sambuca italiana fino al pastis di Marsiglia.
Ho imparato dai suoni, dai rintocchi delle campane che si alternano ai canti dei muezzin, dai tamburi suonati dai bambini libanesi come fossero nati suonando.
Ho imparato tanto come se fossi stata la più “piccola”, così piccola da sentirmi quasi… rinata.
Federica Tamburini

Libano.. una parola che per me, fino a poco tempo fa,non significava molto, faticavo quasi a sapere dove fosse posizionato geograficamente questo paese e conoscevo su di esso poche informazioni che avevo sentito qua e là nei telegiornali. Ora invece quando penso al Libano nascono in me diverse emozioni: ammirazione, stupore, affetto, stima, speranza. Ammirazione per i ragazzi della Caritas Libano Youth che ci hanno accompagnato in tutta questa esperienza, accogliendoci con grande entusiasmo e cercando ogni giorno di farci scoprire il loro paese. Giovani adolescenti che, anche per la loro età, mi hanno stupito per come si donano al cento per cento, nel loro servizio, per gli altri, per gli ultimi, cercando di superare gli stereotipi e la “paura del diverso” spesso presente nelle persone di questo paese dove convivono popolazioni e culture diverse.
Affetto per i bambini che ho avuto modo di incontrare durante il Summer Camp organizzato dalla Caritas e nei campi profughi, chi ho conosciuto solo attraverso un sorriso, chi attraverso un gioco, chi condividendo alcuni giorni insieme creando nuove relazioni, chi si è fidato di me senza conoscermi, chi, anche nella massima povertà, mi ha offerto aiuto, cibo, acqua facendomi sentire accolta e importante. Li ringrazio perché con la loro spontaneità e innocenzami hanno fatto scoprire il Libano attraverso il loro “sguardo da bambini”.
Alle donne incontrate nei campi profughi che ci hanno voluto raccontarele fatiche e le difficoltà di tutto quello che hanno affrontato, a loro va invece la mia più grande stima, perché nonostante vivano in condizioni in cui nessun essere umano dovrebbe trovarsi, sono in grado di affrontare ogni giorno questa realtà con una forza estrema per se stesse ma soprattutto per i loro figli.
Al termine di questa esperienza miporto a casa sicuramente molte domande ma anche speranza, per questo paese, per queste persone che ormai non sono più soltanto un racconto trasmesso da altri ma sono diventati volti e storie, perché possano, come loro stessi ci hanno spesso riferito, raggiungere una vita migliore per se stessi e i loro cari.
Chiara zama

Sono partita per il Libano con curiosità e senza grandi pretese sul programma, come carta bianca su cui scrivere! L’accoglienza calorosa dei ragazzi che si sono messi al nostro servizio i primi giorni è stata un gran benvenuto! Poi mi sono ritrovata io, in prima persona, al servizio dei più piccoli durante il summer camp a cui abbiamo preso parte.
Mi ha colpito come la barriera linguistica non fosse un problema, bastava guardarsi negli occhi per capirsi. Spesso mi sono sentita guardata con grande affetto dai bambini che partecipavano al campo estivo, e questo mi ha fatto capire che il bisogno che tutti abbiamo è lo stesso: il bisogno di sentirsi amati.
Il summer camp, durato quattro giorni, mi ha dato la possibilità di conoscere ed affezionarmi alle persone che avevo attorno, ed il bene che è passato dai rapporti si è visto anche dalla cura che hanno avuto i giovani educatori nel portarci a visitare le bellezze del Libano.
Infine, il gruppo con cui sono partita era numeroso e vivace; è stato bello scoprirci e confrontarci continuamente durante i giorni di viaggio.
Mi sono ritrovata ad essere testimone oculare di situazioni di profonda povertà e disagio che mi hanno fatto riflettere e crescere.
Camilla Carioli

Un centro commerciale qui, in occidente, è ormai una cattedrale. Le famiglie aspettano la domenica per celebrare la liturgia settimanale del compra-compra. Anche in Libano ci sono di queste cattedrali, ne stiamo esportando ormai in ogni dove, ma quello che mi ha colpito di più è stato un campo profughi in un ex centro commerciale. Non ci sono più negozi, ma solo dormitori. Magari qualcuno ha la stanza che prima era di Gucci, di McDonald o chissà chi. Ora ci dormono dei siriani fuggiti dalla guerra e ripudiati da tutti. I bambini corrono dappertutto, inciampano tra i rifiuti e ripartono allegri. Ridono. È spiazzante, è un continuo contrasto di situazioni il Libano. Ecco, spiazzante, userei questa parola per riassumere questa mia bellissima esperienza.
Daniele Dari

Lettera incompiuta al ritorno dal Libano

Decolla l’aereo che ti porta a casa. Ti allontana dai giorni vissuti in maniera differente, con ritmi insoliti, guardando negli occhi volti dai lineamenti inusuali.

Differente per chi?

Insoliti per chi?

Inusuali per chi?

Nuovi sapori che in 12 giorni hanno finito per essere una lenta quotidianità.

Si solleva da terra un cuore che già si riempie di nostalgia e desiderio di poter, un giorno, fare ancora suo ciò che è stato in quei giorni appena trascorsi.

Il cuore sembra organizzato come una valigia: non vedi l’ora di aprirla una volta varcata la soglia di casa. Per prima cosa verranno alla luce le cose più belle, come i souvenir acquistati al mercato della città, i regali comprati per i propri cari. Oggetti grazie ai quali agganciarsi per condividere i pensieri maturati nei giorni passati.

Finite le cose belle, sollevi i vestiti non utilizzati e ti prepari a cercare la sporta dei panni sporchi, relegata nel posto più difficile da raggiungere, con la speranza che non sia andata ad avvelenare il resto della valigia. I panni sporchi sono da estrarre, esaminare, separare e decidere come trattarli in lavatrice (io butto tutto insieme perché sono pigro e non ho mai imparato i diversi programmi di lavaggio, il tutto mischiato alla poca cura dei miei vestiti). Coi panni sporchi ci devi avere a che fare, accompagnarli in tutti i passaggi fastidiosi prima di riporli, puliti, nell’armadio.

Nel cuore i panni sporchi prendono il nome di rabbia e frustrazione.

Restano addosso domande che non cercano facili risposte o banali semplificazioni di ciò che è stato visto.

Una tra tutte emerge in modo più fastidioso rispetto alle altre: mi riguarda tutto ciò?

Matteo Taroni

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Pit stop….da Dio!!

Ecco qualche pensiero sparso, scritto durante un momento di riflessione, il sabato pomeriggio, dopo avere parlato, nell’incontro, di solitudine e silenzio: “…tutte le condizioni sono perfette adesso; perchè sono nel portico, e c’è pochissima gente qui perchè fa’ freddo. Quindi sono comodo in poltrona, e mi godo una bellissima pioggia di montagna…
In questo momento il sentimento che sento più forte in me è la gratitudine.
Voglio dire grazie per questi giorni…alle suore per questo ritiro.
Fà ridere il titolo, ma mi tocca ammettere che è azzeccatissimo: Pit Stop.
Mille volte grazie: ho riso fino a star male, ho condiviso tanto – come non facevo da tanto tempo, ho giocato come un bambino.
E poi mi ha dato l’occasione per “partire”: lasciare tutto e mettermi in cammino, per poi raggiungere la meta, con il cuore pieno di tutto quello sentito in viaggio.
E non è finita qui: oggi mi hanno dato anche la motivazione del mio viaggio: il perchè del mio desiderio.
Già, perchè abbiamo parlato di solitudine e di silenzio; dell’importanza VITALE di ritagliarsi questi momenti. Sembra complicato, ma si impara (aggiungo io), camminando…”.

Andrea

Sulle orme di suor Teresa…

Quella domenica non sapevo se indossare le scarpe da ginnastica per affrontare un cammino a piedi alla volta di Modigliana. Non sapevo cosa aspettarmi dalla proposta di Suor Alessandra e Suor Ornella. Pensavo solo a quanto potesse essere lungo il tragitto, se dovessi percorrere molta
strada in salita o sperare che fosse per lo più in pianura e se ce la facessi a camminare a lungo sotto il sole e con quel caldo. Inoltre non sono mai stata un tipo “sportivo” e, dunque, la domanda più spontanea che è sorta in me è stata: perché mettersi in cammino?
Ho deciso di andare!
Quel pomeriggio non sono mai stata sola: mi sono venuti a prendere i miei amici per, poi, ritrovarci con le suore e gli altri compagni di marcia. Infine, alla sera, siamo stati accolti nel convento di Modigliana dalle suore che ci hanno aspettato lì.
Al termine del nostro cammino mi sono sentita grata per i testimoni di ieri, come Madre Teresa Lega, e di oggi, i miei compagni di cammino sulle orme di Madre Teresa e sui passi della mia quotidianità. Un piede dopo l’altro ho ripensato agli incontri che Dio mi ha permesso e continua a darmi l’occasione di fare, alle persone che hanno reso e rendono la presenza di Gesù viva nella mia esistenza anche quando la distrazione non mi fa comprendere fino in fondo l’amore che mi circonda.
Percorrere le orme di Madre Teresa Lega mi ha dato la possibilità di pensare all’incontro con l’altro come ad una forte spinta a mettermi sempre in gioco, o meglio in cammino, e non rimanere ferma sulle mie posizioni e convinzioni.
Fare un passo dopo l’altro con i testimoni di questo pomeriggio mi ha ribadito che il limite più grande che possiamo porci è rinchiuderci in noi stessi. L’amore per gli altri, per il dono della nostra vita e l’amicizia sono i valori aggiunti per cui vale la pena mettersi in cammino.
Passo dopo passo ho potuto osservare anche la strada e, nel momento in cui ho alzato lo sguardo, mi sono resa conto della bellezza del creato. La fatica della salita e il caldo non sono svaniti, ma ciò che mi ha dato forza è stato guardare i miei testimoni, ciò che mi ha fatto alzare lo sguardo è stato cantare, pregare, parlare e condividere il sentiero con gli altri.
Incontrare, osservare, contemplare, ovvero camminare a piedi con dei testimoni ad accompagnarmi mi fa capire che la meta da raggiungere è sempre un passo più avanti rispetto al traguardo a cui penso di essere arrivata.
Un autore ha scritto che Dio cammina a piedi …ecco perché mettersi in cammino anche senza scarpe da ginnastica. Il tempo del cammino è il più prezioso. La bellezza dell’incontro con Gesù negli altri è “l’esperienza viva di quanto il viaggio sia a volte più importante della sua destinazione”
(“Giuseppe siamo noi” di J. Dotti e Don M. Aldegani).

Elisabetta

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Partire per realizzare un sogno…

Partire per realizzare un sogno…tornare con ancor più desideri e progetti.

50 giorni: 15 a Bogotà e 35 a Villavicencio.

Due realtà distinte da climi, culture e condizioni economico-sociali differenti, accomunate dall’ineguagliabile volontà di sorridere.

Ciò che mi ha colpito maggiormente di questa esperienza sono stati proprio i sorrisi dei bambini che conservo stampati nel cuore ricordandoli con uno sguardo emozionato perchè esprimevano quanto divertirsi fra loro ed essere felici valesse molto più di piangersi addosso per le difficoltà.

Insegnano ad essere felici e ringraziare Dio per quello che accolgono e che gli è stato donato, senza recriminare quanto non abbiano potuto ricevere e sentirsi inferiori, meno meritevoli o sfortunati.

I bambini sono stati i miei più saggi maestri durante quest’avventura: hanno saputo spiegare la lezione della felicità più concreta e basilare, ovvero la vera felicità nelle piccole cose di cui sempre parliamo ma finchè non tocchiamo con mano situazioni particolari, non comprendiamo fino in fondo.

Nelle calorose comunità sono stata ospitata da allegre suore, sempre cordiali e disponibili, energiche e intraprendenti. I rapporti sinceri instaurati fin da subito hanno saputo far divertire e farmi entrare a fondo nelle più toste realtà della zona.

Le visite alle famiglie nelle loro case rimediate con terra, sassi ed instabili pareti, in condizioni precarie senza acqua, gas e luce e con l’incertezza di riuscire a mangiare almeno una volta al giorno mi ha rabbrividito ma, al contempo, mi ha arricchito ammirare nei loro occhi la gioia di riconoscere quanto avessero come sufficiente. In particolare ricordo la testimonianza di Valentina, una ragazzina di appena 14 anni che a casa sua ci raccontava di vivere con la sua famiglia: madre, fratelli minori, fratelli e sorelle maggiori, figli, mariti e compagne dei fratelli maggiori, in totale 10 persone che si appoggiavano su tre letti, la casa non aveva altro che quei tre letti; la casa non ha acqua, gas e luce, per ricorrere all’acqua è necessario percorrere qualche chilometro ovviamente a piedi, è a rischio allagamenti nelle stagioni di pioggia, ci si accontenta di un pasto al giorno cucinato su un piccolo fornello a gas e di pochi metri, nemmeno quadrati, per riunirsi tutti insieme, ma Valentina ci raccontava di essere completa perchè la sua famiglia riempie la sua vita ed è lì, presente, perciò non c’è motivo per pensare di non essere felice.

Non mi è mancato niente durante la mia permanenza, mi sentivo al posto giusto nel momento giusto. Sette settimane sono state anch’esse il numero idoneo, con meno giorni probabilmente non avrei assaporato nel profondo l’esperienza e più giorni avrebbero potuto affievolire il desiderio di portarmi a casa la volontà di ripetere l’avventura un futuro, magari in un altro paese, per non sentirmi mai arrivata continuando a servire nella gratitudine.