A dicembre con 15 ragazze e ragazzi del liceo scientifico A. Einstein di Rimini e 3 accompagnatrici è iniziato il progetto A,B,Charre 2025. Sì, a dicembre perché il viaggio non sono stati solo i 17 giorni in Mozambico da poco conclusi, ma anche il percorso fatto di un incontro al mese e le diverse attività di autofinanziamento. Così abbiamo iniziato a conoscerci e a riempire le valigie di sogni, aspettative, curiosità e qualche timore e strada facendo il desiderio di partire per Charre cresceva.

Ricevuto il mandato del vescovo Anselmi, con le valigie piene di desiderio e aiuti per la missione ricevuti davanti amici, il 12 giugno siamo partiti.

La casa che ci ha ospitato è stata aperta nel 2006 dalle Suore Francescane della Sacra Famiglia all’interno di una missione già esistente a Charre, un villaggio nel nord del Mozambico poco lontano dal confine con il Malawi, dove è presenta una scuola media e superiore.

Ad oggi le suore che vivono lì sono tre e oltre a condividere la vita,le gioie e le fatiche, con le persone del luogo, promuovono e animano tre progetti:

casa Nazaré, l’internato femminile (una sorta di collegio) che ospita 28 ragazze tra i 12 e i 20 anni che altrimenti non potrebbero frequentare la scuola, troppo lontana dai loro villaggi. Qui non solo hanno vitto e alloggio ma vengono anche seguite nei compiti e nella loro crescita personale

salva una vita, la distribuzione di latte in polvere una volta al mese a diversi bambini sotto l’anno di vita le cui madri sono morte o non possono allattarli per svariati motivi, il più frequente è l’AIDS. Le famiglie vengono visitate regolarmente e sostenute nel loro cammino.

A,B,Charre, la “scuolina” che offre a 30 bambini di prima elementare la possibilità di imparare a leggere, scrivere e contare dal momento che non sempre la scuola è efficiente, dando loro anche il tempo per giocare e stare insieme e apprendere valori di uguaglianza fra maschi e femmine ( la svalutazione della donna è una ferita molto aperta in questa nazione).

A noi è stato chiesto prima di tutto di entrare e stare in quella realtà, ancora prima che fare qualcosa di concreto. Può sembrare banale ma stare all’interno di una cultura così diversa dalla nostra non è stato scontato, sono tanti gli elementi che entrano in gioco. Certo noi avevamo il continuo confronto con le nostre vite in Italia e la loro povertà ci feriva, ma c’erano anche le loro usanze, il loro cibo che ci immergevano in qualcosa di nuovo.

Quando siamo arrivati per esempio era ora di cena eppure i bambini, avvisati dalle suore del nostro arrivo, ci hanno aspettato e accolto con un bellissimo cartellone. L’ospite infatti ha una straordinaria importanza e molti l’hanno sottolineato con vari gesti.

I nostri servizi strutturati sono stati dipingere l’esterno dell’internato e a gruppi aiutare i bambini di A,B,Charre, per il resto abbiamo fatto delle visite alle famiglie, trascorso del tempo e giocato,giocato,giocato, con le ragazze dell’internato e con i numerosissimi bambini che messo piede fuori casa ci aspettavano. Divertente e coinvolgente sono stati i tornei di calcio e basket giocati nei pomeriggi con i ragazzi dell’internato maschile (parte della missione). Anche qui un incontro fra culture e stili sportivi…diversi.

La bellezza era stare insieme, anche se si ripetevano gli stessi bans e giochi dei giorni prima, un abbraccio, uno sguardo, un sorriso già erano sufficienti per sentire la gioia dell’ incontro. Questo mi è stato dimostrato anche dalle ragazze dell’internato che hanno chiesto a noi ragazze di unirci a loro per le danze della liturgia della domenica è del mercoledì. Una di loro in particolare ci ha ringraziato perché abbiamo accettato,,

Charre ci ha regalato tanto, a ognuno qualcosa di diverso, se dovessi riassumere in una parola direi semplicità, un enorme tesoro che qui spesso perdiamo. La semplicità della vita dovuta alle mancanze materiali ma anche la semplicità nelle relazioni che ti mostra l’essenziale, la semplicità nel gioire delle piccole cose. Spesso mi venivano in mente i tanti oggetti o le attività che ho qui in Italia o quello che si fa pur di provare emozioni forti, qualcuno dice per “sentirsi vivi”, eppure abbiamo sperimentato che il cuore si riempie di gioia anche ballando insieme, facendo giocare dei bambini. Perché ce ne dimentichiamo? Perché inseguiamo il “di più” senza fermarsi su ciò che basterebbe?

Quel cuore così colmo di gioia è stato uno dei tanti doni del Signore, perché quando cadono tutte le barriere anche per Lui è più facile farsi sentire. Provvidenziale è stato leggere nella liturgia pochi giorni dopo il nostro arrivo l’esortazione di Paolo, (2Cor 6,10) ad essere “come poveri, ma capaci di arricchire molto; come gente che non ha nulla e invece possediamo tutto!”. Disarmati, poveri in parte materialmente ma soprattutto perché privi di strumenti dietro cui nasconderci ci rimaneva la nostra umanità, quella che in fondo tutti gli uomini condividono. Così nelle persone che ci erano accanto, nei fratelli e nelle sorelle che avevamo la grazia di incontrare si manifestava quel Signore che si è fatto carne e continua ad abitare in mezzo a noi.

A Charre c’era la terra rossa. per quanto la si spazza dopo poco ritorna ed è quasi impossibile far scomparire tutti i granelli, all’inizio ci litighi, poi lo accetti. Credo che quello che abbiamo vissuto sia come quella terra rossa, col passare del tempo potremmo dimenticarci tante cose, spazzare via il grosso, ma qualche granello di sabbia nel cuore rimarrà sempre.

 

(Elisabetta Fogacci -21 anni Universitaria- una delle tre accompagnatrici)