Dove siamo
Suore Sacra Famiglia
via Mami 411, Cesena
Telefono: 0547.334709
sacrafamcesena@gmail.com
Scopri di più su:
News
UN VIAGGIO DI NOZZE IN FORMATO “MISSIONE”14 Marzo 2026 - 16:39
ESPERIENZA MISSIONARIA: UN VIAGGIO DENTRO DI SE’14 Marzo 2026 - 16:34
Tra povertà e bellezza: CHARRE14 Marzo 2026 - 16:30
A La Verna per formarsi e per…conformarsi!26 Ottobre 2025 - 16:12

Samuele in Colombia
Scrivo dalla Spagna, al freddo, all’inizio di una nuova avventura, ancora una volta come straniero e subito, per contrasto, mi viene in mente il caldo sole che mi ha accolto in Colombia. In realtà, i primi giorni sono stati i più difficili. Arrivato un giovedì sera, la scuola l’ho vista prima silenziosa. Un paradiso terreste -se non sei uno studente- che aspettava di accogliere i ragazzi e che sarebbe stata la mia casa per 6 settimane. Dalla mattina seguente, con un tentennante spagnolo, ho provato a lanciarmi il più possibile, trovando altre forme di comunicazione, a partire dallo sport, grazie alle quali subito i ragazzi hanno cercato di farmi sentire accolto. Tuttavia, suonata la campanella, la scuola è tornata come la sera prima, un meraviglioso angolo di Cartago protetto da cancelli e filo spinato, barriere che non mi impedivano però di vedere il quartiere Bellavista, uno dei più poveri e problematici della città. La sera prima non ci avevo fatto molto caso, ma, rigorosamente accompagnato dalle suore, la mattina stessa siamo andati a fare una visita.
Io non ero pronto a vedere la casa di Cristina. Uso la parola casa solo per la dignità di questa mamma che durante la pandemia, si era messa a costruire, con il fratello, una casa per loro, la nonna e la bambina che in quel momento era ancora a scuola. Nonostante i loro sforzi, poiché quella è zona di invasione (quindi ognuno costruisce come e dove può), il terreno non ha retto e la casa è pericolosamente incrinata. E’ difficile descrivere a parole: bisogna camminare sulle assi che si piegano e gemono al passaggio, con la costante sensazione che sia la casa stessa a cadere e poi pensare di viverci tutti i giorni. Cristina era fiera della sua casa e ha solo chiesto alle suore che la aiutassero con un piccolo muricciolo in cemento, ma era evidentemente stanca e provata. Seduta cucendo sul divano, tutta la famiglia stava aggrappata alla nonna, che con il suo fare allegro sembrava davvero tenere alti non so il morale, ma anche le pareti stesse.
Dopo quest’avvio intenso, sono calati due giorni di silenzio quasi completo. In questi giorni guardavo da lontano le povere case ammassate e mi sentivo inutile, completamente impotente di fronte a un mondo più grande di me. Non mi ero reso conto di quanto fosse dentro di me l’idea di dover partire per cambiare il mondo, ma in quel momento mi è parso evidente ed era altrettanto chiaro che non ci sarei riuscito, per lo meno, non come sognavo.
Nei mesi successivi mi sono accorto che più che tutto il resto del mondo sono cambiato io. Il grande rischio di vivere fuori dal paese natale è vedere i propri punti fissi traballare, in maniera particolare perché ero circondato da gente coinvolgente quanto i Colombiani, che mi hanno sempre aperto le loro case, ricche o povere che fossero, lasciandomi entrare nelle loro vite e condividendone un pezzo. Ognuna delle loro storie meriterebbe di essere raccontata, ma già adesso i nomi e i volti di questi rapidi incontri sfuggono alla memoria e allora mi chiedo cosa mi rimarrà di loro e cosa a loro di me. Alla prima parte ho già risposto, ogni persona in Colombia mi ha aiutato a crescere e conservo gelosamente le loro storie nei diari di quei giorni. Allo stesso modo penso però che il cambiamento non è mai unico. Ogni volta che i ragazzi si aprivano a giocare con me, ascoltavano le mie noiose lezioni, mi insegnavano un ballo, un gioco, uno scioglilingua, stavamo costruendo qualcosa di diverso, un mondo un po’ più incline ad accogliere lo straniero. In fondo io gli ho portato una visione diversa, una realtà lontana, in cui certe dinamiche che attagliano questo posto non sono considerate normali, in modo che almeno sappiano che esiste un altro modo e magari gli venga voglia di viverlo. Questo ho provato a dire ai ragazzi gli ultimi giorni di permanenza, che un caso fortuito ha voluto coincidessero con la settimana della pace: Sois semilleros de paz (State seminando la pace), perché la vera pace è questa accoglienza e confronto tra culture.
Il mio viaggio però ancora doveva terminare. L’ultima settimana l’ho passata tra Villavicencio e Bogotà. Qui ho avuto l’occasione di conoscere diversi ragazzi della mia età e, con un po’ di sensi di colpa, ho scoperto di avere il grande dono di poter vivere i miei 20 anni, “la gioventù”, studiando e viaggiando, mentre molti di loro non possono. Alcuni di loro non vivono neanche l’adolescenza o l’infanzia, perché soprattutto tra le fasce povere si deve diventare adulti in fretta e uscendo da scuola (16/18 anni) i ragazzi spesso si trovano ad affrontare una vita per la quale non sono pronti, perdendosi in tanti modi.
Dentro di me urlano le storie non scritte, ma spesso mi chiedono cosa mi manca di più della Colombia e racconto una di queste storie, perché sì, è difficile lasciare il patacón, il cholado… però alla fine sono le persone e i loro modi di vivere che mi rimarranno dentro, un’allegria contagiosa che accende questa terra latina e non fa dimenticare i problemi, ma aiuta a convivervi.
Una valigia carica di domande
Quando Suor Chiara mi ha chiesto di scrivere per testimoniare la mia Missione a Charre.
subito le ho detto: ”adesso cosa racconto?” Racconto l’Africa che mi ha accolta come sua ”figlia”,
anche se per lei ero una perfetta sconosciuta e poi, dopo aver fatto la mia esperienza, l’ho salutata senza prometterle che
ci rivediamo, che un giorno potrebbe esserci la possibilità di un’altra occasione…con quale coraggio?!
Poi, mi sono seduta, mi sono “guardata dentro”, ho preso carta e penna…e ho iniziato a scrivere quanto segue…
Tankhuta maningi Charre
Mi mancherai Africa,
mi mancherai Charre,
mi mancherà ogni passo del mio cammino fatto insieme;
Mi mancherai Africa,
per la tua quotidianità semplice,
ma piena di ricchezza;
Mi mancherai per il tuo instancabile dare,
mi mancheranno i sorrisi,
mi mancherà quando i bambini chiedevano
un po’ di cibo per la fame;
Mi mancherà il loro buttarsi a Terra per la gioia,
mi mancheranno i tuoi TATA,
mi mancheranno i tuoi canti
e mi mancheranno le tue danze,
mi mancherà il tuo bussare alla porta senza orari;
Mi mancherai Africa per la tua NON indifferenza;
Mi mancherai Africa per la tua Grande Anima;
Mi mancherai Africa per il tuo Grande Cuore!
Ciao sono Gala, sono di Cesena e a luglio di quest’anno sono partita insieme a Chiara e a Claudia, verso una delle realtà missionarie delle suore della Sacra Famiglia, le quali ringrazio per avermi dato la possibilità di vivermi questa esperienza.
Invito chiunque sente la Missione dentro di sé di fare la valigia mettendo dentro tutte le domande che ha, dalle quali sicuramente verrà accompagnato durante il viaggio, ma quando tornerà, la valigia sarà ancora più pesante perché dentro la stessa, ci saranno le risposte e altre domande per cambiare lo sguardo verso noi stessi ed il prossimo.
C’entro a Santarcangelo
Da secoli l’uomo, con occhi affascinati, guarda in su cercando risposte alle grandi domande nell’interpretazione del cielo e le stelle. È ammirando una realtà così distante dalle piccole vicende umane che Einstein intuisce la teoria della relatività: due stelle, due puntini lassù, per incontrarsi devono trovarsi nello stesso istante, nello stesso posto.
Non è forse questa un’evidenza che sperimentiamo ogni giorno? Per essere certa di partecipare ad un’importante riunione alle 8.00 a Milano, chiederò informazioni sulla posizione esatta e, per sicurezza, imposterò un promemoria qualche ora prima. Sarebbe un bel guaio se impostassi male l’indirizzo sul navigatore o se arrivassi in ritardo!
Anche gli incontri con Dio hanno uno spazio e un tempo dedicati, che, nel loro essere così profondamente umani, vengono consacrati dall’accoglienza della sua presenza. È su questo tema che si innestano le tre tappe di un cammino, tutto al femminile, che si svolge tra Santarcangelo, Cesena e La Verna, ospiti delle Suore della Sacra Famiglia (spazio per l’appunto) durante tre weekend tra gennaio e aprile (tempo).
Il primo appuntamento ha preso avvio da una riflessione sul nostro modo di relazionarci con lo spazio esterno. Possiamo sostare in un dato luogo o attraversarlo, abitarlo, evitarlo, rifugiarci, esserci trattenuti, stare in pace o trovarci scomodi. Sia che percepiamo lo spazio come cornice del nostro agire, sia che gli riconosciamo un ruolo di protagonista, certo è che ci condiziona e ci identifica come uomini.
Lo stesso Gesù si fa chiamare il Nazareno ad indicare che ha messo davvero radici sulla terra, che, nel suo essere “di ciccia”, ha affidato ad un preciso luogo il tempo della sua crescita fisica e spirituale. L’abbiamo seguito, leggendo il Vangelo di Marco, per le strade della Palestina dove, tra il trambusto della folla, compiva miracoli. E poi ci siamo intrufolate con lui nell’intimo delle case di amici, dove a pochi rivelava il senso di ciò che avevano/avrebbero visto e vissuto fuori. Abbiamo conosciuto un Gesù che sta al nostro fianco e rende la strada condivisa un cammino di vita costellandola di domande “Chi sono io?”, “Perché mi segui?” “Mi ami?” e che non ci abbandona anche nei passaggi più bui, come sulla barca in mezzo al mare “Sono qui, non temere”.
Ci siamo infine soffermate sul nostro io interiore, cercando di raffigurarlo come una casa, capace di accogliere e custodire la presenza di Dio. Etty Hillesum nell’orrore dei campi di concentramento scrive “L’unica cosa che possiamo salvare in questi tempi e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio”. Ecco allora che, tra tanta confusione, ferite e chiusure ci impegniamo a fare spazio a Dio, a liberarci delle etichette che utilizziamo per definirci e a mettere in discussione le certezze che difendiamo. Ci prepariamo a farci sorprendere un po’ più nudi, un po’ più veri dal nostro Dio, che con tanta delicatezza viene ad incontrarci. Vogliamo davvero fare “Centro” e sentire che sì, io “C’entro”, individuando e rimettendo al proprio posto le poche cose che contano!
Buon cammino di preparazione alla Pasqua
I “Padri di famiglia” a La Verna
Le nostre motivazioni sono svariate: semplice curiosità, interrogazione, situazione difficile, tappa personale, bisogno di senso, intenzioni da portare, ma anche voglia di condividere o di ringraziare, di silenzio, di convivialità, di natura.
Anche le nostre situazioni personali sono diversificate: sposati, divorziati, vedovi, single in coppia, ma tutti figli e padri, ognuno a modo suo. Le nostre convinzioni spirituali vanno dal quasi niente al quasi tutto: non battezzati, lontani dalla Chiesa o resistenti, ma anche cattolici convinti e praticanti. E per tutti una relazione da iniziare, creare, esplorare o sviluppare con Dio.
La nostra presenza oggi in questi luoghi porta già in sé la testimonianza della Sua chiamata e della Sua presenza. Egli ci raccoglie insieme, Egli ci chiama, chiunque noi siamo e a qualunque punto siamo arrivati.
Ad immagine di San Giuseppe, durante questi giorni veglieremo fraternamente gli uni sugli altri, senza giudizio, nel rispetto della verità e del cammino di ognuno.
Questo cammino sarà a nostra immagine: delle volte sorridente e pieno di sole, altre volte triste e difficile. Ogni tanto sereno e fiducioso, e ogni tanto preoccupato e agitato. Sui sentieri degli appennini che custodiscono le tracce di San Francesco, percorreremo i sentieri della nostra vita, le vie della nostra relazione con Dio.
E al termine raggiungeremo La Verna, questo luogo di Dio, scelto da Lui per manifestare al mondo la potenza del suo amore per San Francesco. Prima che lì ci accolga, possiamo da subito girarci verso di Lui. Con benevolenza protegga i nostri passi e accompagni i nostri pensieri, i nostri incontri e le nostre preghiere durante questi tre giorni.
Le nostre motivazioni sono svariate: semplice curiosità, interrogazione, situazione difficile, tappa personale, bisogno di senso, intenzioni da portare, ma anche voglia di condividere opreghiere durante questi tre giorni.
Viaggio a Charre
Provo a rispondere al difficile compito di descrivere l’impatto dell’esperienza di volontariato a Charre attraverso i versi della canzone “L’ultimo spettacolo” di Roberto Vecchioni. Recita così: «Li vidi ad uno ad uno mentre aprivano la mano e mi mostravano la sorte come a dire “noi scegliamo!
Non c’è un dio che sia più forte” e l’ombra nera che passò ridendo ripeteva “no”». Mentre ascoltavo queste parole, sul treno di ritorno da Mutarara a Beira, pensavo ai bambini di Charre con cui avevo condiviso tre settimane. Ancora oggi, a distanza di tempo, ascoltando quelle parole, vorrei tornare tra loro, tra la criança di Charre.
Penso che questi versi siano la chiave per spiegare l’impatto di questo viaggio. Mi identifico pienamente con il primo verso della canzone: anch’io ho visto quei bambini aprirsi con fiducia.
Erano pieni di speranza e di desideri, seppur lucidi circa le loro condizioni di vita. Penso in particolare a Mingo, un bambino di dieci anni che il giorno prima che partissi mi ha preso per mano e si è alzato in punta di piedi per sussurrarmi all’orecchio: “Nenda nathu”, che in lingua sena significa “voglio venire con te”. Credetemi, queste parole non sono semplicemente il frutto di un legame affettivo, ma riflettono la lucida consapevolezza di una realtà diversa a cui tutti aspirano: l’Europa. Per molti di loro, però, destinati a trascorrere il resto della loro vita tra un tetto di paglia sorretto da mattoni di fango e un campo da coltivare, l’Europa rimarrà un sogno inaccessibile.
L’ombra che offusca i desideri di Mingo e di tutti gli altri è, come suggerisce Vecchioni, simile ad un’ombra nera che si staglia sulla loro vita. Non importa definirla in termini precipui, possiamo chiamarla destino, sorte, fortuna oppure caso. È importante, invece, capire che questa ombra nera condiziona le loro opportunità e aspirazioni sin dalla nascita, semplicemente perché sono nati in Mozambico e non altrove. Il nocciolo dell’insegnamento che ho portato a casa da questo viaggio sta in questo, e cioè nel fatto che a nessuno è data la facoltà di scegliere dove nascere, eppure il luogo di nascita influisce in modo significativo sulle condizioni e le aspettative di vita di ciascuno.
E proprio perché si tratta di un evento arbitrario, sarebbe assurdo parlare di “colpa”. Nessuno ha “colpa” di nascere in Mozambico, così come nessuno “merita” di nascere in Europa. Però, bisogna riconoscere che chi ha la fortuna di nascere in Europa detiene un grande privilegio. Infatti, né io né Mingo abbiamo scelto dove nascere, eppure questa circostanza arbitraria determina drasticamente le nostre vite. Inoltre, penso che la consapevolezza di questo privilegio porta con sé una responsabilità importante. E proprio questa responsabilità, e non l’istinto colonizzatore degli occidentali descritto da Kipling, è il fardello che grava sugli uomini e le donne provenienti dai paesi più sviluppati.
Per concludere, il viaggio a Charre mi ha insegnato che la vera ricchezza sta nella condivisione e nell’aiuto reciproco, e che il privilegio comporta una responsabilità sociale verso coloro che, per un capriccio del destino, non godono delle stesse opportunità.
JMJ a Lisbona
Un gruppo di giovani Santarcangiolesi insieme a don Davide, don Ugo e suor Nadia ha partecipato alla JMJ a Lisbona percorrendo un tratto del cammino Portoghese di Santiago. Esperienza ricchissima sia nella prima parte di cammino che nella seconda di incontro con il Papa, la Chiesa, i giovani di tutto il mondo, vogliamo condividerla attraverso le immagini e il racconto di qualcuna/o di loro.
Abbastanza addormentati ma carichi pensando a quello a cui saremmo andati incontro, sabato 29 luglio, festeggiando il compleanno di un ragazzo che era con noi, siamo partiti per Santiago. Il giorno dopo abbiamo iniziato il cammino. Con la sveglia mattutina prima dell’alba che ci faceva camminare in città addormentate, dove alle volte era necessaria una torcia per vedere, si creava un’atmosfera davvero suggestiva. Si alternavano momenti di riflessione personale, chiacchiere, condivisioni, canti e a metà mattina c’era la prima pausa ufficiale, che offriva nuovi argomenti a cui pensare. Ogni giorno infatti c’era un personaggio biblico che ci accompagnava proponendoci un modo diverso di alzarci e fare qualcosa: Samuele per rispondere alla nostra vocazione, Paolo per lasciarsi guidare, Giuditta per farsi strumento nelle mani di Dio, una donna adultera per essere perdonata, Elia per andare incontro a Dio. Così anche noi abbiamo cercato di capire quando nella nostra vita ci siamo rialzati, come l’abbiamo fatto e abbiamo provato a scorgere la presenza di Dio accanto a noi. Conoscendo sempre di più chi avevamo vicino e confrontandoci, arrivavamo ogni giorno alla fine della tappa con i piedi doloranti, bisogni di un massaggio, a volte con le bolle, ma custodendo nel cuore sempre nuovi doni.
Il nostro programma prevedeva 5 giorni di cammino al contrario, in direzione di Lisbona, e gli ultimi tre alla JMJ. Il cammino portoghese in realtà inizia a Lisbona che era per noi la meta. Così venerdì dopo un tragitto in pullman e treno, siamo passati dall’essere in 21 e camminare in tranquillità, alla via Crucis della JMJ con una folla incalcolabile e un caos considerevole. Era impressionante e meraviglioso essere circondati da giovani che come noi si erano alzati per andare incontro a Dio. La via Crucis è stata semplice, arricchita dai ballerini e da alcune storie che testimoniavano quanto Dio si faccia vicino a noi soprattutto nel momento della prova e anche se sbagliamo. Poco prima della JMJ infatti il papa stesso ci aveva detto: “Anche se sbagliate, Dio è pazzo d’amore per voi!” e ci ha portato le prove di ciò.
Sabato dopo una bellissima festa nella parrocchia in cui abbiamo dormito, ci siamo diretti nel campo in cui saremmo rimasti fino al giorno successivo. Nonostante sapessimo in quanti fossimo, era impossibile comprenderlo, ovunque ci girassimo c’erano giovani in festa. Abbiamo ascoltato qualche storia ed era straordinario il sorriso di tutte le persone che avevamo intorno.
Quella sera c’è stata la veglia, dove il Papa ha affermato che nella vita si cade, l’importante è sapersi rialzare e se vediamo qualcuno che è “rimasto caduto” dobbiamo aiutarlo a rialzarsi. Infatti è lecito guardare qualcuno dall’alto al basso solo se è per aiutarlo a rialzarsi. Alla fine del suo discorso Francesco ci ha dato coraggio ricordandoci che nella vita tutto ha un costo, solo una cosa è completamente gratuita: l’amore di Gesù. Con questa speranza è iniziato un momento di adorazione. È stato da brividi, tutti inginocchiati verso il palco ad affidare a Dio la propria vita, con la certezza di essere amati.
Dopo la notte, con un’alba splendida ci siamo alzati e preparati per la messa. Il papa ha definito le tre azioni che devono essere presenti nella nostra vita: brillare, ascoltare e non temere. Infatti brilliamo quando amiamo come Gesù ci ha insegnato, per farlo però è fondamentale ascoltare la Sua parola, questo è il segreto, e infine non dobbiamo avere paura. Gesù lo ripete continuamente perché sa che è una nostra fragilità, ma ci garantisce che Lui è sempre con noi, dunque non dobbiamo temere.
La sera stessa eravamo a casa, stanchi ma arricchiti di esperienze, emozioni, testimonianze. Ci è stato donato così tanto in così poco tempo che probabilmente ci metteremo un po’ per capire quanto abbiamo ricevuto. Per ora possiamo ringraziare e vivere cercando di far entrare almeno un po’ di quanto ci è stato donato nella nostra vita quotidiana. (Elisabetta)
La parola più adatta che userei per descrivere quest’esperienza è: grande.
Con il gruppo abbiamo deciso di dividere questa GMG in due fasi, ovvero un pezzo del cammino di Santiago e poi Lisbona.
La prima fase è stata propedeutica alla seconda, in quanto è stato anche grazie al tempo di riflessione e di solitudine che abbiamo passato durante il cammino che siamo riusciti a viverci a pieno la giornata mondiale dei giovani a Lisbona. Infatti passare di punto in bianco da essere 21 ad essere 1 milione e mezzo è un gran bel cambiamento, un salto che destabilizza inevitabilmente.
Personalmente è stato però un salto bellissimo, in quanto prima ho potuto fare un’analisi interiore e poi ho potuto applicare le mie scoperte al “mondo intero”.
A Lisbona ho vissuto l’emozione più grande della mia vita, ovvero sentirmi parte di qualcosa per davvero. Essere circondata da persone come te, che anche se parlate due lingue diverse ti comprendono è una sensazione grande. Sentirsi compresi e felici come non lo si è mai stati penso che sia l’emozione più bella che si possa provare. Sentirsi per la prima volta nella propria vita non soli, che non si è soli a lottare contro il mondo.
Per me è stato questo: una cosa grande, sia a livello concreto ovvero di numeri, persone, ecc… sia a livello emotivo, l’emozione più grande che si possa provare, la gioia.
Sono tornata a casa così colma di emozioni che tuttora non sono riuscita ad elaborare davvero tutto quello che ho provato, sentito e compreso.
L’unica cosa di cui sono sicura è che la mia anima e la mia fede sono cambiate, si sono evolute, e ho capito che la mia fede non è solo una parte di me, ma la base su cui poi costruire la mia vita.
Ho capito che è la cosa che mi rende felice e che non sono la sola a provare un’emozione simile a 21 anni. Perché, diciamocela tutta, al giorno d’oggi essere credenti è l’eccezione non la regola, soprattutto a quest’età.
Spero di poter vivere altre giornate della gioventù e spero di non essere la sola a cui la GMG ha cambiato la vita in meglio. (Anna)
Rileggevo gli appunti scritti di getto per tutto il viaggio. Sono tutte piccole pillole slegate che mi aprono enormi sensazioni e mi ricordano della ricchezza di spunti che mi ha offerto questo cammino con meta Lisbona.
Sí, un viaggio, perché noi abbiamo vissuto una Gmg speciale, arrivando a Lisbona il 4 agosto, ma iniziando il cammino insieme a Santiago. Dal 28 luglio, abbiamo proceduto lungo il cammino portoghese, a ritroso (“de regreso” rispondevamo a tutti i pellegreni che ci osservavano sconcertati). Un percorso scandito dalle difficoltà di trovare un passo e un ritmo comune in 20 e delle pressanti aspettative che automaticamente mi ero generato con l’idea di Gmg. Niente è stato come le aspettative. Il clima generato da 20 ragazzi in cammino non può che essere diametralmente opposto a quello della caotica Lisbona. Tuttavia, ci stavamo effettivamente preparando alla condivisione e all’ascolto. Prima di tutto l’ascolto di noi e delle nostre esperienza che quotidianamente i ragazzi del “gruppo spirituale” hanno collegato a un brano di Vangelo, rendendo noi ascoltatori accettori e custodi di un pezzo della loro vita. Sono state storie di speranza, certo ci hanno raccontato le loro cadute, ma ci hanno raccontato soprattutto la voglia di rialzarsi, ci hanno trasmesso la forza della consapevolezza della presenza di Dio e la Sua viva azione nei loro vissuti, che è riuscita a dargli lo slancio per rialzarsi. A riprendere tutte questo voci è stato proprio il papa nella veglia: l’importante non è non cadere, bensì non rimanere per terra.
La continuità tra il cammino e la meta si è invece spezzata nello scenario: dalla fresca e silenziosa Galizia alla calda e frenetica Lisbona. La prima suggestione portoghese non poteva che essere lo spettacolo multicolorato delle bandiere, delle maglie e dei volti dei tanti ragazzi che affollavano la stazione. Quell’immagine in cui le bandiere e le culture di tutto il mondo si incontrano e sono segni di comune appartenenza a un mistero più grande e non ragione di conflitto penso sia il più grande dono che ho ricevuto prima di entrare nel campo. Perché è vero rimarranno in me la via Crucis, l’accoglienza dei portoghesi ad Azabuja e la lunga marea umana che si dirigeva ai settori, ma dentro al parco Tejo l’atmosfera non puo che sconvolgere chi vi entra. Il senso di unità con migliaia di giovani da tutto il mondo mi ha riempito profondamente l’anima, così come la loro gioia. Nelle chiacchiere, negli scambi ho sempre sentito una vicinanza incredibile a tutte le persone a cui anche solo battevo il cinque. Ritrovarsi alle 3 con portoghesi, tedeschi, italiani e polacchi a ballare in cerchio, tra migliaia di ragazzi che dormivano sull’asfalto, contando il tempo in 4 lingue diverse è stata l’immediata realizzazione del miracolo che stava succedendo in quel luogo. Miracolo che si è realmente concretizzato quando tutti questi ragazzi con la nostra instancabile allegria abbiamo fatto silenzio per la veglia e la messa. Ho ritrovato il senso di quel raduno, che non è stato solo un’enorme bolgia rintronante, ma una spinta a credere e vivere questa fede con tanti ragazzi che hanno altrettanta gioia da condividere. (Samuele)
La GMG di Lisbona è stata la mia prima GMG. Non nego di essere partita un po’ titubante ma tornata a casa posso dire che ne è davvero valsa la pena. Sono stati giorni ricchi di risate ed emozioni che mi porterò per sempre nel cuore. La cosa che più mi rimarrà impressa però sarà quel milione e mezzo di giovani provenienti da tutto il mondo per ascoltare le parole del Papa. Giovani che mi hanno fatto capire davvero che quello in cui credo non può che non essere vero e che la Chiesa è una realtà molto più grande e viva di quello che si pensi al giorno d’oggi. I momenti più belli di quelle giornate sono stati, a mio parere, quelli di preghiera e soprattutto la Veglia di sabato sera. Del discorso del Papa ciò che più mi ha colpito è stata la parte relativa alla “gioia missionaria”; sapere che anche io posso fare del bene agli altri ed essere una radice di gioia per qualcuno mi ha fatto sentire di poter fare la differenza anche solo con piccoli gesti. (Aurora)
Durante il cammino di Santiago ho avuto l’occasione di riflettere molto sugli spunti che ci sono stati offerti. Inoltre grazie alle condivisioni ho potuto anche scoprire il punto di vista altrui.
Durante le tre giornate in cui realmente abbiamo partecipato alla GMG, con tanti altri giovani provenienti da tutte le parti del mondo, mi sono divertito molto.
Per me la cosa bella della GMG oltre alla via crucis, la veglia e la messa con il papa è stato vedere che così tante persone erano lì per il tuo stesso motivo. (Davide Z.)