Suor Maria Teresa Lega, la fondatrice
Suor Maria Teresa Lega, Fondatrice dell’Istituto “Lega” delle suore francescane della Sacra Famiglia nasce a Brisighella (Ra) il 13 gennaio 1812.
La contemplazione dell’amore di Cristo che, facendosi uomo, muore in croce per tutte le creature, porta frutto: si apre per lei un orizzonte più vasto del Monastero di Fognano. Avverte l’ispirazione del Signore per dar vita ad una “Fondazione di un Istituto per le povere bambine che sono nella strada abbandonate a loro stesse”. Prega, lotta, soffre a lungo, cerca consiglio da uomini di Dio per comprendere la volontà di quel Dio che la va purificando attraverso una lunga storia di silenzi e contraddizioni. Finalmente il 6 giugno 1871 suor Maria Teresa lascia il monastero e giunge a Modigliana, dove Dio l’ha chiamata a dare inizio all’Opera: una piccola famiglia dove le bambine orfane più povere , grazie alla comunione dei beni con quelle più benestanti, possono crescere umanamente e spiritualmente, imparando anche un mestiere.
Muore a Cesena il 27 gennaio 1890.
Il 25 giugno 1996 papa Giovanni Paolo II la dichiara Venerabile.
Le spoglie mortali di suor Maria Teresa sono custodite nella cappella della casa madre, in Modigliana, dove è possibile visitare anche un museo che, attraverso suoi oggetti, scritti e testimonianze, racconta l’avventura terrena di una donna contempl-attiva verace.
Redenzione: perché Suor Teresa ha colto qui il dono che Gesù ci ha fatto. Gesù ci ha salvati, è venuto a liberarci dalla schiavitù del peccato e della morte, questo ha fatto per amore. Nella preghiera e nella contemplazione del crocifisso la fondatrice ha visto lì l’icona più bella dell’amore: un amore che ha dato tutto nell’assoluta povertà e spoliazione. Il Signore ci dona tutto. Ciò ci porta a riscoprire, come lei ha scoperto, che ognuno di noi è una creatura fatta a immagine e somiglianza di Dio, con un progetto bellissimo per la nostra vita che però ha bisogno di essere riportato continuamente a questa immagine: siamo redenti, salvati, guidati in un cammino per acquisire sempre di più quello splendore che ognuno di noi è.
Educazione: la redenzione è un dono che Dio fa ad ognuno di noi, ma è un dono che va sempre condiviso.
Per Suor Teresa Lega questo ha rappresentato la dimensione dell’apostolato, cioè il chiedersi continuamente come donare agli altri questa ricchezza infinita. “Io – scriveva – sono fatta a immagine e somiglianza di Dio e chiedo continuamente al Signore di aiutarmi a spogliarmi dei miei vizi e dei miei limiti perché questa immagine e questa somiglianza splenda sempre di più”. E aggiungeva: “Ogni creatura è fatta a immagine e somiglianza di Dio e io non posso non guardare il mio fratello con questo sguardo rinnovato. Come posso rifiutare le creature quando Tu Gesù per ognuna hai dato la vita?”.
Redenzione ed educazione allora sono due parole che esprimono l’unica grandissima realtà, dell’amore donato da Dio all’uomo e donato da ogni uomo che si sa amato da Dio agli altri uomini, un amore redentivo, che salva, cioè che libera.
L’incontro con questa persona ci può aiutare a riguardare lo sguardo che il Signore ha su di noi e il nostro sguardo così rinnovato al Signore e agli altri.
Pubblicazioni
– Autobiografia di Suor Maria Teresa Lega, Cesena 1996.
– Cenni storici (1869-1887) scritti dalla Fondatrice, Venerabile Madre M. Teresa Lega, Cesena 1996.
– Pensieri della Venerabile Madre Maria Teresa Lega, Cesena 1987.
– Spada L., Cenni storici sulla vita della Madre Teresa Lega, Faenza 1916.
– Colagiovanni M., Le due vite di Madre Teresa Lega, Roma 1989.
– De Feo F., L’Istituto della Sacra Famiglia a Cesena (1887-1987), Cesena 1989.
– Procaccini Sr. M. E., La Madre Maria Teresa Lega,Cesena 1954. – Fiumana O., Educare all’amore … educare nell’amore, Cesena 2000.
– (A cura di) Istituto “Lega”, Come un Amico, con l’amico, Cesena 2013.
Tutte queste pubblicazioni sono disponibili presso:
Casa generalizia
Suore francescane della Sacra Famiglia
Istituto “Lega”
Via F.Mami 411, Cesena
0547.334709





Sulle strade del Mozambico, ampliando gli orizzonti
Atterrati in Mozambico la prima cosa che salta subito all’occhio è l’orizzonte che si apre attorno a noi: sterminato, senza confini, costellato solamente di monumenti naturali. Per l’occhio occidentale è qualcosa di totalmente fuori dal quotidiano. I nostri occhi sono abituati alle skyline cittadine: profili di palazzi, case, industrie, monumenti; tutte opere create dall’estro umano. Per i più fortunati queste si possono alternare a qualche meraviglia della natura: monti, colli, vulcani, laghi, vaste pianure, il blu del mare e quello che il nostro bellissimo territorio può offrire. Ma la cosa che più colpisce, lasciato alle spalle il piccolo aeroporto della capitale mozambicana, è l’infinito incontaminato; nessuna traccia dell’uomo, solo natura. Un orizzonte che si amplia per il nostro occhio non abituato a spingersi tanto lontano.
Siamo Margherita e Filippo due giovani sposi cesenati. Il 17 marzo, accompagnati dalla guida di suor Daniela, siamo partiti alla volta del Mozambico per conoscere la missione delle suore della Sacra Famiglia in Charre, piccolo villaggio situato nel nord del paese, quasi al confine con il Malawi. Il desiderio di questo viaggio nasce dalla curiosità nei confronti di questa terra e dalla volontà di sperimentarsi nel servizio lontano dai nostri schemi dandoci l’occasione di verificare le scelte fatte fino ad oggi. Viaggiando sulla terra rossa del Mozambico due sono le cose che ci colpiscono: il popolo mozambicano è un popolo in cammino, le persone camminano; non si capisce bene da dove vengano e nemmeno dove stiano andando perché all’orizzonte ci sono solo baobab e campi di mais. Questa è la seconda cosa che ci colpisce: l’orizzonte che sembra non finire mai, un orizzonte sempre più ampio. Ma non è solo l’orizzonte che si è ampliato, anche gli spazi e i tempi: le città, i paesi e i villaggi sono separati tra loro da ampi spazi inabitati; per percorrere poco più di 400 chilometri è necessaria una giornata di macchina.
Arrivati a Charre, nonostante il lungo e impegnativo viaggio, non ci serve più nulla, non abbiamo bisogno di nulla: siamo giunti a casa! Siamo a chilometri di distanza dall’Italia, nella savana, non parliamo la lingua di questo popolo e capiamo solo qualche parola di ciò che dicono eppure ci sentiamo a casa. Ci sentiamo accolti, desiderati e voluti bene dalle suore che ci aspettano a braccia aperte e con la tavola apparecchiata; dalle ragazze dell’internato che sulla soglia ci attendono per darci il benvenuto tra canti, danze e petali di fiori; pure il geco in camera appostato sopra i nostri letti sembra aspettare il nostro arrivo. Nel giro di qualche giorno ci rendiamo conto che l’accoglienza non è solamente una virtù di chi vive la missione, ma è insita nel popolo che abita il villaggio che la circonda. I bambini che non appena hanno saputo dell’arrivo degli “azungu” (termine del dialetto locale per indicare i bianchi di pelle) si avvicinano incuriositi e desiderosi di stare con noi a giocare. Le ragazze che per comunicare con noi, affascinate dai suoni strani delle parole in italiano, vengono e con disegni o indicando oggetti attorno a noi ci insegnano le prime parole in portoghese. I parrocchiani che per darci il benvenuto sono venuti ad offrirci i loro beni più grandi: farina, mais, galline e anatre. E la cosa che più ci sconvolge è proprio questa: pur possedendo poco o niente, pur vivendo o di sussistenza o con i pochi soldi che il lavoro può dare questo popolo ha tanto desiderato la nostra presenza che non si è posto limiti nel donarsi per accoglierci.
Nel mese trascorso in Mozambico abbiamo avuto la possibilità di conoscere e visitare diverse comunità di missionari: francescani, saveriani, orsoline… tante comunità distribuite sul territorio mozambicano. Qui, condividendo con loro la tavola, la preghiera e il servizio respiriamo che la Chiesa è casa anche a migliaia di chilometri di distanza dal luogo in cui viviamo. Qui sperimentiamo che la Chiesa è un’unica grande famiglia capace di mettere insieme uomini e donne tanto diversi, ma sotto quella croce tutti fratelli. L’orizzonte nuovo che si apre difronte a noi è questo: qui dove le necessità si spingono fino ai bisogni primari per vivere non c’è spazio per cadere in contrasti o in dinamiche di prevalenza; qui le comunità di missionari hanno bisogno di supportarsi a vicenda nel concorrere al bene. Qui la Chiesa è un unico corpo, che seppur con tutti i limiti dell’essere umano, è in grado di far collaborare tutte le sue diverse membra.
Siamo partiti per il Mozambico con una grande curiosità: ma cosa fanno le suore della Sacra Famiglia in questa terra così abbandonata e isolata dal resto del mondo? Sono varie e disparate le attività che fanno le suore in Charre, cercando di rispondere ai bisogni che il territorio che le circonda manifesta: l’internato per le ragazze che frequentano la scuola secondaria, dando in questo modo la possibilità a chi abita distante dalla scuola di avere un luogo familiare dove vivere nei pressi di essa; la scuolina, ovvero un rinforzo scolastico per i bambini che frequentano le prime classi della scuola primaria per fare in modo che gli insegnamenti appresi durante le lezioni non cadano nel vuoto e che questi bimbi possano imparare quantomeno il portoghese; o ancora la distribuzione del latte in polvere alle donne che non possono darne ai loro bambini. Queste sono solo alcune delle attività svolte, ma la cosa che più ci è rimasta nel cuore è come stanno in quel luogo. Sì, perché prima di tutto le tre sorelle stanno. Ed è proprio nel loro stare, non solo fatto di grandi opere, ma anche di silenzi e semplice presenza, che portano la bellezza e la possibilità di un futuro diverso per quei bambini, per quelle ragazze e per tutte le persone che con loro vengono in contatto. Alla domanda che prima di partire ci ponevamo ci siamo dati questa risposta: sono lì, anzi stanno lì, per donare uno sguardo diverso, per ampliare l’orizzonte a tutte le persone che loro incontrano.
Margherita e Filippo