CIAO SUOR MARTA!

Il libro della vita di suor Marta è composto di diversi capitoli.

Quello della famiglia: la famiglia Ventrucci, dove è nata nel febbraio del 1948.

Ultima di cinque fratelli, mai dimenticati, sempre coinvolti nelle sue scelte, sempre presenti nel suo cuore e nelle sue preghiere.

La sua consacrazione

Suor Marta è stata accolta nella nostra famiglia religiosa il 12 settembre del 1969.

Il 31 dicembre del 1972, festa della Sacra Famiglia, ha emesso la prima professione; nel 1979 la professione perpetua.

Da subito è emerso il tratto tipico di suor Marta: la ricerca e lo sperimentarsi. Questo l’ha portata a vivere i primi anni della sua Consacrazione, dedicati alla formazione e allo studio, tra la fraternità di Roma, Cesena e Firenze.

Dopo una prima esperienza missionaria di alcuni mesi in Colombia, a Duitama, in preparazione alla professione perpetua, viene trasferita a Modigliana e poi a Tossino, dove l’Istituto si stava sperimentando nella vita di una casa famiglia.

Nel 1988 viene chiesto a suor Marta di svolgere il servizio della formazione delle giovani suore a Bogotà, in Colombia, e prontamente riparte. Nel 1992 vive poi una nuova esperienza missionaria in Venezuela, per alcuni mesi.

Rientrata a Cesena inizia l’esperienza dell’insegnamento della religione nelle scuole medie.

Nel 1999 le viene chiesto di tornare a Roma per l’animazione della fraternità nel tempo del grande giubileo del 2000.

Nel 2003 entra a far parte della fraternità della casa famiglia di Rocca S. Casciano che lascerà per due anni, dal 2010 al 2012 per vivere a Capocolle. In questo periodo le è stato chiesto di organizzare le celebrazioni in occasione del centenario della presenza delle Suore della Sacra Famiglia a Brisighella.

Ritornata a Rocca S. Casciano, vi rimane fino allo scorso marzo, quando le sue condizioni di salute hanno iniziato ad aggravarsi.

Suor Marta ha vissuto la sua consacrazione sempre in ricerca, sempre spinta dal desiderio di conoscere più a fondo e di comprendere sempre meglio quanto la Chiesa indicava e donava, sempre con la necessità, l’urgenza di trovare un modo ed una maniera con cui rispondere e corrispondere più pienamente all’amore del Signore.


Le esperienze missionarie

In diversi momenti ha avuto modo di vivere la missione ad gentes. In Colombia, nell’ambito della formazione; in Venezuela per alcuni mesi, ed in Mozambico dove è si è fermata per sei mesi.
Una bella ed importante esperienza missionaria per suor Marta è stata l’animazione dell’Ufficio Missionario Diocesano, servizio che ha svolto con passione, con dedizione e amore nonostante fin da subito si fosse affacciata nella sua vita il mistero della malattia. Ha coinvolto, animato, attivato collaborazioni. Tutti si sentivano importanti e capaci di dare il loro contributo. Dovunque si trovasse a vivere, il mondo abitava il suo cuore.

La malattia

Lentamente nella vita di suor Marta è entrata la malattia, un mieloma, che con il trascorre del tempo si è fatto sempre più spazio, è diventato più aggressivo, si è preso sempre più energie. Tanti i tempi di chemioterapie, l’esperienza del trapianto e alla fine la sperimentazione di nuovi farmaci.

Forte è stata la sua lotta, sempre attiva, sempre con la necessità di comprendere cosa le stava succedendo e come avrebbe potuto rispondere nel modo migliore.

Il combattimento fisico era sempre accompagnato dalla lotta spirituale, dalla necessità di sentire, trovare, vivere tutto insieme al suo Signore. 

Non si è mai arresa. Sapeva di non poter guarire ma ha sempre guardato con speranza il futuro confidando anche nella più piccola possibilità di miglioramento.

Gli ultimi sei mesi

Il tempo in cui la malattia ha iniziato ad essere più esigente ed aggressiva, mostrando il suo artiglio più pungente, Marta è stata chiamata a vivere un ulteriore sfida: quella dell’umiliazione. Un corpo reso umile perché bisognoso di tutto.

È un capitolo relativamente breve, ma reso importante dalla docilità e dall’abbandono che suor Marta ha saputo vivere sempre di più, fidandosi e affidandosi, cogliendo fino in fondo la sfida bella della fraternità.

Si può essere missionari da un letto di malattia? Sì. Quando si custodisce il desiderio di conoscere, di sapere, di chiedere, di ascoltare, di desiderare e di sognare, di essere comunque e sempre in comunione.

Sono stati mesi importanti.

Importanti e belli.

Carissima suor Marta, ora possiamo dirci che non ce lo aspettavamo.

Ora non sappiamo più distinguere se siamo state noi ad aiutarti o se tu hai aiutato noi, sappiamo che 
è stata una grazia che ha allargato i nostri cuori, che ci ha fatto sperimentare, una volta di più, che

“è il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante.” (Antoine de Saint-Exupéry).

Ed ora suor Marta, l’ultimo capitolo del libro della tua vita, quello che hai iniziato a scrivere nella mattinata di giovedì.

 
Ci hai salutate con serenità ed abbandono, ci hai stretto la mano mentre sorella morte ha portato via il tuo respiro consegnandolo alle mani grandi del Signore, al cuore amante del tuo Sposo.

Siamo certe che stai già scrivendo nuove e più belle parole.

 
Le risposte alle domande esigenti e forti che sempre hanno abitato il tuo animo, non sono più lontane.
La contemplazione piena e profonda del volto di Gesù, che sempre hai cercato, ora si sta compiendo.

La possibilità di capire, comprendere e rispondere all’Amore con amore, che sempre hai desiderato, ora ti appresti a viverlo nella pienezza.

Ora suor Marta ricordati di noi, che continuiamo a cercare risposte,

che continuiamo a desiderare la pienezza del volto di Dio.

Stai più vicina alle tue famiglie, alla famiglia Ventrucci, alla Sacra Famiglia, e alle tante persone che in questi giorni ci hanno scritto o chiamato, dei tanti che oggi sono qui a vivere questa celebrazione Eucaristica con te e per te.

Rimani vicina e non smettere di incoraggiarci, di spingerci alla ricerca del Bene grande che è Gesù, alla ricerca di modi nuovi, sempre più autentici per continuare ad annunciare il bene grande che è l’amore di Dio.

E con le parole del cantico dell’Apocalisse che ogni domenica hai pregato nei vespri e che, ne siamo certe, ora stai vivendo, ti affidiamo alla misericordia del Signore: “Sono giunte le nozze dell’Agnello, la sua sposa si è preparata” (Ap 19,7).

AUGURI suor Vincenza!! 100 ANNI!!!

Pon tu mano en la mano de aquel que te da la mano…

Quiero iniciar este escrito con este verso tomado de una bonita canción… pareciera un juego de palabras, pero describe bien lo que la vida y el Señor nos ha donado vivir durante este tiempo de cuarentena en la fraternidad de Villavicencio (y creo que también en otros lugares)… No ha sido fácil dejar de encontrar a los niños y a sus familias en el centro educativo o en nuestras parroquias y en nuestros barrios… pero una vez iniciado este tiempo de confinamiento, casi de inmediato muchas de estas familias que viven de trabajos informales, de pequeños comercios en nuestras calles… familias colombianas y familias venezolanas, han venido a nuestra puerta trayendo en sus ojos el sufrimiento de “no saber cómo hacer para vivir en este tiempo, cómo dar de comer a sus hijos”… Entonces como fraternidad hemos iniciado a pensar en la respuesta que podríamos dar, y la providencia y el amor del Señor no se hizo esperar, y casi de inmediato, algunas personas que han aportado al sostenimiento del centro educativo, han extendido sus manos para donar algo de sí, nosotras como fraternidad hemos abierto las nuestras para recibir el don y lo hemos puesto en las manos de quienes golpean a nuestra puerta, y así se ha convertido en un “entrelazar de manos”, que aún en tiempo de distanciamiento social, ha sido la oportunidad de estrechar los corazones y hacer circular el amor y la solidaridad… ha circulado tanto, que ha tocado al propietario del supermercado y también él ha abierto sus manos para que algunas familias puedan recibir un poco de pan… y así entonces juntando las manos… las de quienes donan, las nuestras, las de Jesús… sigue circulando el amor… sabemos que habrá que seguir pensando, imaginando, buscando la manera de que estos gestos se mantengan en el tiempo y se conserven en el alma.

CUARENTENA ¿SEÑOR…QUÉ QUIERES QUE HAGA?

Inició contándoles un pensamiento que he venido analizando de mi vida y de la realidad que estamos afrontando: “A mis cuarenta, en cuaresma entramos en cuarentena” algo que suena aislado, sin mucha relación, pero en mi vida ha ido tomando trascendencia como un signo de Dios en una persona concreta, en un espacio y un tiempo determinado; por eso no puedo dejar pasar este tiempo de cuarentena sin la contemplación y una mirada de fe y esperanza de cada una de las realidades que me ha permitido Dios ver y experimentar.
Un día en catequesis explicaba a los niños el tema de la cuaresma y un niño me dice: Entonces la cuarentena es un tiempo para…a mí me sorprendió la relación que hacía de las palabras cuaresma y cuarentena y rápidamente busque aclararle la diferencia de los términos, dando la palabra a una catequista quien es mamá, para que orientara mediante un ejemplo de su vida lo que es la cuarentena, y así regresé nuevamente a la explicación del tema.
La forma de manejar esta situación encierra una debilidad del ser humano, en la cual no entramos en una dinámica de iglesia universal, sino que muchas veces nos encerramos en un pequeño contexto; Pero la participación de este niño desestabilizó nuestra mentalidad, quien a la vez actúo como enviado de Dios que profetizaba aquello en lo que debíamos ir profundizando y preparándonos para vivir; pero mi apertura al espíritu de Dios fue un poco como la Sara, de incredulidad para escuchar la voz de otros, y de poca humildad para dejarme interpelar por los pequeños que claman y nos guían.

Así es como empecé este tiempo, con asombro; porque es una realidad de la que no hablaba, porque la creía tan lejana, pero ha llegado a tocarnos y a desarticular todo aquellos que teníamos como seguro y como verdad en nuestras vidas. Es una llamada a remar mar adentro, sentir el miedo y el silencio de la noche y ver nuestra fragilidad como seres humanos, seres finitos, que necesitamos la fuerza de nuestro creador para salir y volver a pisar nuevamente la tierra de nuestra fraternidad, obras sociales, barrios ciudades, país y mundo… ¿cómo volveré a pisar nuevamente este suelo y en compañía de quién o quiénes?, son interrogantes que van quedando del estar en casa, para ir asumiendo la vida de una forma diferente e ir madurando cada día más en la fe.
De esta forma se ha ido transformando muchas cosas en mi vida. El inicio de la cuarentena me costó, porque aún tenía muy marcado lo que debía hacer del centro educativo, de la catequesis; y luchando contra mi voluntad me esforzaba por lograr culminar dichas actividades; entonces aún seguía con mi mente afuera aunque quedándome en casa y sobretodo con el afán de realizar las cosas; pero a medida que transcurrió el tiempo también fui entendiendo que era incierta la duración de esta pandemia y cómo también lo que yo quería realizar de pronto no tendría alguna importancia para cuando pudiéramos regresar a nuestras actividades normales y habría sido un tiempo perdido, cosechando un tesoro que tendría poco valor al final y que en realidad me estaba negando vivir el presente con toda su riqueza.
Luego de toda esta revolución en mí, me fui interesando más por mi fraternidad y el orden de las cosas, por hacer felices a las personas que estaban a mi alrededor, por ese prójimo que me esperaba, y a trabajar para que mi presencia sea felicidad para ellas y alivio en sus preocupaciones; así empecé a hacer recetas de cocina, a procurar que la casa estuviera más bonita, a compartir más tiempo con las hermanas, a hacer de cada momento una fiesta y una oportunidad para celebrar la vida.
En este panorama creo que ha sido un tiempo maravilloso, que le ha ofrecido muchas luces a mi vida y en el cual estamos renovando y acogiendo lo verdaderamente esencial para nuestras vidas a nivel espiritual y humano, en el cual se han ido transformando costumbres y estilos de vida.
Claro que en estos pasos doy gracias a Dios porque hay una fraternidad abierta, generosa y creativa que también ha hecho todo lo posible por vivir la gratuidad y la sororidad, y no solamente hemos limpiado la casa a nivel físico sino que a nivel interno tenemos un espacio lindo y limpio para poder respirar mejor el oxígeno de la vida, Dios; no se necesitan respiradores artificiales cuando la presencia del espíritu de la fraternidad se hace vida…

El Señor ha estado grande con nosotras y estamos alegres (Salmo 125,3)

MI EXPERIENCIA DE TRABAJO CON LA INSTITUCION DE LA POLICIA

Tuve la oportunidad de conocer al Señor Fernando Rincón en el tiempo de la visita del Papa Francisco a Colombia en el año 2017 Y sabía que él trabajaba en este colegio y al padre Juan Salamanca que es el ayuda la parte espiritual del colegio paso el tiempo y al inicio del año 2018 comente a la Hna. Herlinda que quería realizar pastoral a fuera en un colegio o parroquia y medio el permiso para averiguar a donde, y hable con don Fernando y me dio varios número telefónico para comunicarme pero no se dio la oportunidad.
Al inicio de febrero llamaron para decirme que necesitaban para que les colaboraran en la catequesis de Primera comunión un grupo de 64 niños y confirmación de 33 jóvenes

Las otras dos fotos hacen parte de las instalaciones del colegio. Algunas fotos son tomadas en sanidad de la policía en la cual aparece las hnas y laica que nos acompaño en una semana santa
De hecho es experiencia excelente estoy contenta de estar trabajando con ellos eh aprendido cosas nuevas saberlos escuchar son totalmente diferente a lo que me imaginaba los que trabaja en la parte administrativa son más sensibles y humanos a los que trabaja en la calle, se ve el respeto a los religiosos y lo que más me llamo la atención la mayoría la oración personal lo hacen muy fuerte la viven con mucho recogimiento.
Ya para terminar les cuento que nuevamente me llamaron para iniciar con otro grupo de 24 niños de primera comunión para que realice su celebración en Marzo del 2019, anterior grupo la hicieron el 1 de Junio.
Y este año del 2020 hay 36 niño pero con el problema a nivel mundial se aplazó todas las actividades
Le dio Gracia a Dios, a las hnas. y a la institución del colegio de darme la oportunidad de seguir la evangelización espero continuar con esta labor.
En el año del 2018 y 2020 estado a cargo el Grado: TE. Fredy Orlando Sánchez Camacho

Hna Ana Irreño

COLEGIO ELISA BORRERO DE PASTRANA :

Este Colegio fue construido en el año 1972 por el ICCE (Instituto Colombiano de Construcciones Escolares) en un terreno donado por la Presidencia de la República a la Policía Nacional siendo en esa época el Presidente de Colombia el Doctor MISAEL PASTRANA BORRERO.
La idea de construir este Colegio nació de la señora ELVIRA QUINTERO DE GARCÍA, esposa del señor Mayor general HENRY GARCÍA BOHÓRQUEZ quien ocupaba la Dirección General de la Policía Nacional.
Ella se sentía muy preocupada por los niños de los Suboficiales, Agentes y personal civil de la Institución que residían al noroccidente de la ciudad, ya que debían desplazarse a mucha distancia para su estudio, porque el único colegio existente en Bogotá era el de Nuestra Señora de Fátima.
Fue así como ella le manifestó al señor General (su esposo), sus inquietudes a este respecto y él le dio todo su apoyo para que se hiciera realidad esta maravillosa idea.
Por intermedio de la Dirección general de la Policía se hicieron los trámites correspondientes ante la Presidencia de la República, idea que fue bien acogida por el señor Presidente Pastrana, quien facilitó los medios para su construcción, donando el terreno y encargando al ICCE de su construcción.
Precisamente como un gesto de agradecimiento a esa generosidad y buena voluntad del actual Gobierno fue que los altos mandos de la Institución decidieron darle como nombre al Colegio: ELISA BORRERO DE PASTRANA, madre del Presidente. La construcción del Colegio terminó en octubre de 1973.
En los meses de diciembre de 1973 y enero de 1974 se realizaron las primeras inscripciones de los alumnos aspirantes a cupo para ingreso. Seleccionados los alumnos de acuerdo con su lugar de residencia y parentesco con los miembros de la Institución, se iniciaron las tareas el día 9 de marzo de 1974, pues no se pudo iniciar antes, ya que el Colegio no tenía servicio de agua.
Aunque inicialmente se planeó la construcción de 3 bloques solamente se construyó una parte de dos plantas, donde se ubicaron las oficinas de Rectoría, secretaría, consultorios médico y odontológico y 14 aulas de clase, al igual que la sala para biblioteca.
Cuando se inició la construcción del Colegio era Director de Bienestar Social el señor Coronel MANUEL GONZÁLEZ DUARTE (q.e.p.d.), a él lo sucedió el señor Coronel ÁLVARO CASTILLO MONTENEGRO. Cuando el colegio fue inaugurado era Director de Bienestar Social el señor Coronel EDGAR ANÍBAL FOLLECO ROJAS (q.e.p.d.).
En los años siguientes fue construido el bloque donde funcionan los laboratorios de física y química, dotado de todos los servicios requeridos para tal fin.

En el año 1986, siendo Director de Bienestar Social el señor Brigadier General ALFONSO EFRAÍN ALDANA HERRERA y por el empeño puesto por el señor mayor VÍCTOR HUGO RAMÍREZ RIVAS quien ocupaba la jefatura de la División Administrativa, se construyó el Aula Múltiple, la cual vino a subsanar la deficiencia que había de un lugar adecuado para toda clase de actos culturales y comunitarios.
El Colegio inició labores con las dos jornadas que existen en la mañana con bachillerato académico de 6º a 9º. Grados y en la tarde con la sección básica primaria de 1º a 5º. La persona encargada de organizar el funcionamiento del Plantel fue la Licenciada BEATRIZ NIETO ALARCÓN, persona de gran trayectoria en el Bienestar Social, ella fue nombrada en el mes de enero de 1974 como asesora docente de Bienestar Social y por lo tanto no pudo ejercer las funciones de rectora para este Colegio, como inicialmente había sido destinada.

En su reemplazo fue nombrada para la jornada de la mañana la Licenciada MERY MÉNDEZ SÁNCHEZ, quien duró apenas unos días, ya que fue trasladada con el mismo cargo al Colegio Nuestra Señora de Fátima. Fue así como llegó nombrada como Rectora de la jornada de la mañana la señorita Licenciada EMMA REYES PARDO y para la tarde la señora Licenciada ALBA NELLY OSPINA DE CUFIÑO. Teniendo en cuenta las necesidades de la Comunidad Educativa empezaron a funcionar los demás cursos en la jornada de la mañana 10º y 11º grados, además se creó la modalidad de Bachillerato Técnico Comercial, mientras que en la tarde que solamente había primaria, empezó a funcionar con 6º grado y así sucesivamente el Ministerio de Educación Nacional iba aprobando los demás cursos en la modalidad Comercial.
La primera promoción de bachilleres de este Colegio salió en el año 1976 para la jornada de la mañana y para la tarde en el año 1986. Cada nueva administración del Bienestar Social, se ha preocupado mucho por dar solución inmediata y favorable a las grandes necesidades que el Plantel presenta, siempre pensando en proporcionar a la Comunidad Educativa lo mejor para su desarrollo y preparación integral.
Para bien del Colegio está en pleno funcionamiento la Asociación de Padres de Familia, que fue constituida en el año 1976, la cual tiene la personería Jurídica No. 6318 del 26 de octubre de 1976, otorgada por el Ministerio de Justicia.

Tornare a messa: un bell’impegno o un impegno bello?


Condividiamo alcune riflessioni e provocazioni interessanti del vescovo di Crema, Daniele Gianotti, per poter tornare a celebrare l’Eucarestia, per lasciarci trasformare in Lui.

Buona lettura e meditazione!

Formazione in Colombia

Del 3 al 5 de Enero de 2020 las hermanas de la delegación de Colombia nos hemos reunido en Bogotá para llevar a cabo nuestro encuentro de formación de inicio de año. Ha sido un encuentro de fraternidad y apredizaje vivido en la alegría, el trabajo, el compartir y el compromiso… temas como la cultura vocacional, el discernimiento, la fragilidad en nuestra Fundadora y la vida de nuestras pastorales, nos han interpelado y nos han hecho sentir el llamado del Señor a continuar entregando nuestra vida a él y a los hermanos en la Iglesia!!!


Dal 3 al 5 gennaio 2020, le suore della delegazione della Colombia si sono riunite a Bogotá per svolgere l’incontro di formazione di inizio d’anno.
É stato un incontro di fraternitá e di formazione vissuto in allegria, attraverso il lavoro, la condivisione e l’impegno…
I temi trattati sono stati la cultura vocazionale, il discernimento, la fragilità nella nostra Fondatrice e la nostra vita pastorale.
Ci hanno provocato e ci hanno fatto sentire la chiamata del Signore a continuare a offrire la nostra vita a Lui e ai fratelli nella Chiesa!!!

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Santarcangelo in Colombia

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Estate 2019 in Colombia

“Cosa ti è piaciuto della Colombia? La domanda mi è stata rivolta la prima volta da Hermana Sandra durante una passeggiata tra le strade trafficate di Cartago, quando ero giunto quasi alla fine della mia esperienza.

 La domanda non era affatto banale e scontata e la risposta lo era ancora meno, perché non era facile sintetizzare tutte gli episodi, le sensazioni ed emozioni vissute durante quei giorni che ancora non avevano una forma ben definita.

Dopo una breve riflessione la risposta è stata che oltre alla classica comida mi erano piaciute molto l’accoglienza e il calore delle persone che avevo incontrato: sin dal mio arrivo, infatti, ho riscontrato una gentilezza e una disponibilità a conoscersi che mi hanno fatto sentire davvero a mio agio.

Tutto era iniziato circa un anno fa, durante la fiera di san Martino che si tiene ogni anno a Santarcangelo di Romagna. Passeggiando, mi è apparsa una bancarella addobbata con i colori giallo rosso blu, dove un gruppo di ragazzi davano il loro prezioso contributo proponendo piatti tipici per raccogliere fondi per le missioni in Colombia. In quel momento  ho immaginato che avrei potuto realizzare il mio desiderio di fare un’esperienza missionaria visitando un paese che mi incuriosiva da tanto tempo, e così dopo essermi presentato è iniziato il mio percorso di avvicinamento alla missione.

Arrivato a Bogotà l’impatto è stato subito piuttosto forte, nonostante quella non fosse la mia prima volta in un paese del Sudamerica. Nel tragitto dall’aeroporto  all’hogar con suor Catia mi sono saltate subito agli occhi scene inconsuete per i nostri costumi, come  ad esempio vedere ragazzi che trainavano carretti carichi di materiali di recupero che, come mi è stato raccontato, è un’attività abbastanza comune in città: quella del riciclo. Ma anche  persone che dormivano nelle aiuole divisorie delle corsie stradali: si trattava per la maggior parte di venezuelani fuggiti dal loro paese in cerca di una vita migliore.

Un breve assaggio della capitale e sono ripartito. Dopo un viaggio in bus di 10 ore, dove per buona parte sono rimasto ad ammirare il bellissimo paesaggio che scorreva davanti ai miei occhi, sono arrivato al colegio di Cartago dove sono subito entrato in contatto con la realtà della scuola, gestita in modo impeccabile da Las Hermanas, e con i circa 400 bambini e ragazzi che si stavano disponendo in formazione  in palestra per la oración mattutina.

Sin dai primi momenti si sono instaurati subito bellissimi legami con Las Hermanas ,i ragazzi, gli insegnanti e tutto il personale. La loro curiosità per una persona arrivata da un paese tanto lontano, conosciuto per lo più per la pizza e le canzoni di Albano e Romina , era molto evidente. Lo era a partire dalle domande dei più piccoli su come si dice questa o quella parola in italiano, fino ai suggerimenti dei piu’ grandi che si prodigavano in semplici ma apprezzatissimi consigli di sopravvivenza urbana.  Durante la mia permanenza ho avuto la fortuna di poter approfondire queste amicizie, ascoltare le loro vicende, in alcuni casi difficili e dure da accettare.  Per alcuni bambini, poter tradurre dall’italiano una lettera giunta dai loro padrini o madrine ha rappresentato per me il dono piu’ grande che potessi offrire loro, in quanto ad ogni frase che leggevo potevo vedere i loro occhi sognanti che probabilmente si immaginavano come poteva essere il mondo da cui proveniva quel testo.   

Anche  le visite alle famiglie con Hermana Sandra, mi hanno permesso di  comprendere meglio la realtà locale: vedere i mercati, pieni di frutta tropicale per me strana ma deliziosa, le strade dei vari barrios in cui non manca mai la musica come una sorta di colonna sonora quotidiana, le case senza campanelli dove ancora si bussa solo per cortesia, visto che spesso la porta è già aperta, i motorini parcheggiati dietro il divano che mi stupiscono ogni volta. Le case sono semplici come le persone che le abitano e che in alcuni casi vivono difficoltà quotidiane con grande dignità e sempre pronte ad offrire un succo di frutta, un sorriso e una benedizione.

Questi gesti in apparenza semplici che tutte le persone  che ho incontrato mi hanno donato, sono quelli che mi hanno accompagnato durante l’esperienza e mi sono rimasti dentro anche dopo il mio rientro.

Marco di Santarcangelo

Ciao sono Maria e sono stata tutto il mese di settembre in Colombia precisamente a Villavicencio.

Le Suore mi hanno fatto sentire subito a “casa” appena sono atterrata prima a Bogotà dove sono stata una notte e poi a Villavicencio.

Sono stata tutto il mese immersa da grida, sorrisi, abbracci di tantissimi bambini che non mi mollavano neanche un secondo.

La realtà della Colombia è molto forte, non mi immaginavo di vedere tanta  povertà , io sempre abituata alla vita in Italia mi sono immersa in un mondo che mi sembrava tanto lontano ma in reatà così vicino a me.

Molte persone vivono davvero immerse nella povertà e nella sporcizia.

Passavo le mie giornate nel centro educativo dove tanti bambini e ragazzi studiano e svolgono varie attività di diverso tipo.

Il centro è aperto alla mattina e al pomeriggio e molti bambini Venezuelani immigrati in Colombia hanno la possibilità di pranzare lì e poi con un carro tutti i giorni vengono riportati nelle loro case.

Alcune mattine accompagnavo Suor Bernarda a trovare gli ammalati nelle loro case e lei offriva loro la comunione. È stato un servizio molto forte perchè vedevo realtà difficili, persone tanto malate immerse nella povertà delle loro case, ma era molto bello perchè appena entravo nelle loro case mi bastava sorridere e subito queste persone erano felici. Questo servizio mi ha dato tanta soddisfazione. Sono stata anche un giorno nell’ospedale, ho aiutato un ragazzo a mangiare e ho visto situazioni veramente difficili.

Provavo a volte anche tanta tristezza nel vedere certe persone , cose e situazioni ma cercavo di portare il mio sorriso e nel mio piccolo di fare del bene con un piccolo gesto o semplicemente un abbraccio che per me puó sembrare un gesto così banale, ma qua vale più di qualsiasi altra cosa.

Villavicencio è un Paese sorridente, c’è sempre festa , le persone ballano dall’alba al tramonto con musica a tutto volume, c’è tanta allegria.

Ho stampati nella mente davvero tanti sorrisi che mi porteró per sempre nel cuore.

Stando un mese là mi sono resa conto di quanto sia bello e importante occuparsi di un bambino in affido a distanza.

Perchè davvero con pochi soldi all’anno riusciamo a dare tanto bene facendo studiare ragazzi e bambini.

Io ho avuto la possibilità di andare a trovare la ragazza che assieme alla mia famiglia abbiamo in affido da molti anni. È stato davvero emozionante vederla tanto felice per averle dato la possibilità di studiare. Sono stata anche invitata a cena con loro e mi hanno dato alcuni regalini da portare a casa alla mia famiglia!

Sono andata a trovare anche un altro bambino che viveva in una casa che sembrava fatta con materiale di recupero. Qui ci abitano tanti bambini senza babbo. Erano felicissimi perchè da poco avevano un po’ di cemento per terra al posto della terra.

Questa missione mi ha fatto riflettere e tanto bene al cuore. Sicuramente tanti sguardi, tanti sorrisi, tanti abbracci mi accompagneranno per sempre.

Infine ringrazio le Suore che mi hanno fatto da seconda famiglia consigliandomi e standomi vicine in ogni situazione.

Maria di Cesena

La conversione dei Padri

Articolo di Rosanna Virgili.

Quanto abbiamo visto accadere nella Chiesa di Roma in questi giorni colpisce profondamente. Assistere ad una liturgia penitenziale nei Palazzi del “potere” terreno e celeste del Vaticano, celebrata verso sé stessi da chi ne è normalmente ministro per il popolo di Dio, è affatto inusuale.

Sacerdoti posti dalla parte dei penitenti, come i laici, come i peccatori. Un fatto che assume un valore di portata storica. Dalle stanze dirigenti e docenti del Vaticano, spesso, in passato, velate o chiuse, esce un ossigeno di libertà, un’aria profumata di verità. Non di una verità dogmatica, che scende dalle cattedre di cui i Vescovi sono titolari, ma che viene dalla realtà, dai “piedi” della chiesa, dalla voce di chi non ha voce e che vede riconosciuto al suo immenso silenzio il diritto alla parola e all’ascolto. L’immagine evangelica che splendidamente esprime questo rapporto è quella della peccatrice di Luca (cf Lc 7,36-50). Mentre il Fariseo la vede e la ignora e giudica – per la condanna – sia lei, sia Gesù; Gesù la indica come la vera maestra della legge e dell’amore, costringendo Simone a guardarla e ad imparare dai suoi gesti e dalle sue lacrime. Noi non sappiamo se il Fariseo si fosse, poi, convertito, ma abbiamo visto che i Padri assembleari di questi giorni, rappresentanti di tutti i Vescovi del mondo, l’hanno fatto. Con la mitezza di un orecchio attento e di un cuore nudo; con l’umiltà dell’accoglienza della verità, con il silenzio della vergogna e la pena delle lacrime.

Per noi, laici cattolici, è stata la prima volta in cui abbiamo assistito ad un clero contrito, non impegnato, innanzitutto, nell’esercizio dei suoi munera, ma dentro l’atto della fede proprio di ogni semplice battezzato: l’ascolto, la conversione e l’“eccomi”. Fondamento, del resto, di ogni credibile ministero e magistero; condizione per evitare di essere dei meri “funzionari” delle strutture religiose, o amministratori del sacro e proprietari dei suoi profitti. Per questo quanto è accaduto non è solo una “pietra miliare” nella vita della Chiesa, (Jerry O’Connor) ma anche una grande festa.

C’è un secondo aspetto di non minore importanza, quello del metodo: la celebrazione pubblica di questa “liturgia penitenziale”. La Comunità cristiana intera ne è stata informata e testimone. Le pubbliche relazioni dei lavori dell’assemblea hanno coinvolto i cristiani, in modo che potessero parteciparvi; del resto la chiesa è la famiglia di tutti, alla cui salute tutti debbono collaborare condividendo le responsabilità, le fatiche, il peccato, la grazia e la sapienza delle analisi e delle decisioni. Certo, l’attore principale è stato ancora una volta il clero, ma un clero che presenta sé stesso al cospetto della “rabbia” di Dio, espressa dalle vittime – com’ha detto il Papa – e che rinuncia a difendersi corporativamente, ma si espone al giudizio e al confronto. Un clero che “accusa sé stesso” mostrando, così, timor di Dio, invece di accusare gli altri, sempre secondo le parole di Francesco. La trasparenza dell’assemblea fa di questa riunione una pagina degli Atti degli Apostoli, dove pubblicamente e in assemblea plenaria si discuteva sulle questioni essenziali della fede evangelica.

Il terzo grande merito di questa assemblea è il rapporto che ha voluto stabilire con le società civili di ogni nazione in cui la Chiesa è attendata. L’alleanza è, innanzitutto, con chi lotta contro gli abusi sui minori e si impegna, in vario modo, contro ogni violenza di tal genere. È così che l’atto penitenziale celebrato si trasforma in vera conversione, vale a dire non solo nel proponimento di cambiare rotta, ma nel diventare parte della soluzione. Vuol dire prendere impegni precisi e tassativi su cosa fare nel presente- futuro contro la “guerra” che, in tutto il mondo, viene portata, ogni giorno, ai bambini e ai ragazzi, alle donne e ai più deboli.

Una conversione che è, del resto, un tutt’uno con la vocazione cristiana, la cui pura identità è dettata da Gesù: “Lo Spirito del Signore è su di me; mi ha inviato a portare il vangelo ai poveri, ai prigionieri la liberazione, ai ciechi la vista, a rimettere in libertà gli oppressi” (Lc 4,18). Proprio dai piccoli, dagli inermi, dagli esclusi, Gesù ha avuto la gioia più grande, poiché a loro il Padre ha rivelato il mistero del Regno dei cieli. Se la Chiesa non fosse leale nell’annuncio al mondo di questa Buona Notizia, non solo non resisterebbe, ma non avrebbe neppure ragione di esistere.

Per questi ed altri aspetti qualcuno ha parlato di inizio di Riforma della Chiesa cattolica. Noi ci speriamo e ci crediamo fermamente.

La potenza del male

Nel suo discorso conclusivo Papa Francesco ha definito gli abusi sui bambini il segno tangibile del male. Criticando la debolezza dell’ermeneutica positivistica, ha affermato con forza che per una simile mostruosità non c’è spiegazione, né, tanto meno, giustificazione “umana”, poiché l’orrore supera l’uomo, al punto che dobbiamo ricorrere all’opera di Satana. Per chi avesse visto concretamente la devastazione degli abusi sulla carne dei piccoli questa idea non sarebbe affatto peregrina. Vedere neonati di un mese sfregiati con coltelli da cucina sull’inguine, o bruciati da mozziconi di sigarette spenti sulle parti più delicate e sensibili del corpo; bambini di meno di un anno letteralmente scotennati con geometrica cura; piccoli di quattro o cinque anni costretti a ingoiare pastiglie per fare cose che mai potrebbero fare, in condizioni di normalità, sul corpo del carnefice; beh queste e altre migliaia di fantasie del genere non possono davvero venire che dal Maligno. Tanto sembrano superare un livello di male compatibile col termine: “umano”. La pedofilia, o l’infantofilia, – e quanto è terribile l’equivoco linguistico! – non è fatta – ahimè! – di carezze, ma di violenza inaudita, mortifera, diabolica davvero, nel suo calcolo, nella sua programmazione, nella sua reiterazione, nel suo compiacimento della repressione e della sofferenza della vittima, nella malvagità del veder distruggere il germoglio dell’umano. Vale a dire di sé stessi! Quanto rende inevitabile l’interrogazione a Dio: com’è possibile che l’uomo sia capace di tanto?

Una pagina della Bibbia risponde: “Io pongo dinanzi a te la vita e il bene, la morte e il male” (Dt 30,15). Dio ha dato all’uomo, in effetti, la facoltà di fare il bene, così come di fare il male. L’essere umano può volere e fare il male. Proprio per questo Gesù dirà sulla Croce: “perdona loro, perché non sanno quello che fanno”. Non conoscono la potenza del male, lo sfregi sul corpo degli innocenti, che Gesù ha conosciuto. Per questo la guarigione dal male dei pedofili potrà venire non dalla loro eventuale, riscoperta virtù, ma dalla grazia delle loro vittime.

Vittime e carnefici

Ciò che sorprende nel fenomeno della pedofilia è, ancora, l’elemento degli ambienti nei quali si consuma: la famiglia, innanzitutto, poi la scuola, la palestra e la chiesa. I luoghi in cui non solo i bambini, ma tutti noi viviamo e i nostri figli crescono fidandosi e affidandosi. E qui si impone il tema delle donne e delle madri. Com’è possibile che le madri non vedano o non sappiano, non si accorgano, o non denuncino, non sottraggano i loro figli ai mariti e padri, agli zii e nonni? Che succede alle madri? Se pure le cinghiale diventano aggressive e capaci di sbranare chiunque si accosti ai loro neonati, perché le madri dei bambini violati, anche fin da piccolissimi, non sempre si rivoltano ai loro congiunti o agli altri che ne approfittassero? In quali condizioni versano le madri dei bambini e dei ragazzi che subiscono stupri o violenze pedofile? Spesso violentate esse stesse, vivono nel terrore. Ricattate e senza lavoro, non possono pensare di liberarsi dai loro uomini feroci. Spesso private da ragioni antiche di consapevolezza, di forza interiore, sottomesse nelle coscienze al potere maschile ed ai suoi arbìtri. Sole e senza dignità, né parola, né alcuna facoltà di agire.

Ho conosciuto donne nate da stupri – consumati da uomini vecchi su membra poco più che bambine – stigmatizzate e isolate – anche fisicamente – nelle scuole religiose come “figlie del peccato”. Un fatto che appartiene al passato, quando nessuno denunciava simili cose, ma che ci fa capire come sia verosimile che il crimine del pedofilo diventi, paradossalmente, l’origine del senso di colpa che schiaccerà il cuore della vittima.

Il pensiero delle donne

Accanto a queste povere donne e madri, ci sono state, però, e ci sono in numero sempre crescente, le donne che gridano contro queste mostruosità, che denunciano, che mettono in pieno il loro impegno, la loro forza e il loro coraggio, la loro cura per trarre dal magma dell’orrore, sia i figli, sia le madri; sia le bambine, sia le donne.

Statisticamente, nella famiglia, come nella Chiesa, così come in altri ambiti della società civile, la pedofilìa è praticata in grandissima parte da uomini per cui, oltre alla conversione degli stessi – di cui vediamo, oggi, promettenti esempi – dovranno essere le donne a far da muro critico e di protezione tra padri e figli/e, tra vecchi e bambine/i; tra neonati di ogni sesso e maschi adulti malati o in cerca di affermare la loro smania di potere.

Un “muro” che si traduca in una strada per fare esperienza di relazioni sane e mature; che assuma parole e compiti di educazione e formazione della persona, affinché si diventi capaci, tutti insieme, di autentici rapporti umani, che non possono prescindere dall’affettività, dalla moralità e dalla spiritualità. Che porti a reclamare la paternità degli uomini, sempre più spesso disertata o rifiutata dagli stessi, attratti dal mito di un’eterna adolescenza. Il delitto della pedofilia è il delitto dei padri che rapinano la vita ai propri figli, e, nella Chiesa, il peccato che rende il mondo orfano di Dio e sospetta anche la Sua paternità.

Noi donne di ogni fede e cultura, non dobbiamo renderci complici dell’omertà, ma dobbiamo combatterla con decisione e radicalità; dobbiamo superare la paura maturata in secoli di sottomissione, ricatto, violenza e dipendenza che ci hanno fatto “snaturare” persino l’identità femminile e materna, al punto di indurci, talvolta, anche a una tragica e passiva connivenza.

A proposito della pedofilia nella Chiesa, lo storico Alberto Melloni ha dato un’origine molto chiara, ponendola, proprio, nel silenzio delle donne che venne loro imposto, pochi anni dopo la nascita del Cristianesimo, contro la logica evangelica (cf Repubblica 20 Febbraio 2019).

Papa Francesco ha pronunciato parole preziose a proposito della donna, dopo la relazione di Linda Ghisoni: “dare più funzioni alla donna è buono, ma dobbiamo valorizzare il suo pensiero”, ha detto. Sì la Chiesa cattolica ha bisogno di un “pensiero femminile” che aiuti a liberare e promuovere un fecondo pensiero maschile, così da farsi interprete, con esso, di quel “pros tò simpheron” “quel bene di tutti” che è la costruzione del “corpo” della Chiesa (cf. 1Cor 12,7).

L’integrità e la comunione della Chiesa è, infatti, l’unica, autentica testimonianza del Corpo del Signore: insultato, violato, flagellato, ucciso, come tante delle nostre povere creature, ma poi Risorto. E proprio ai fini della testimonianza della Resurrezione, indispensabile è il pensiero e l’esserci appieno della donna, sentinella che veglia nella notte, sospingendo la luce sull’alba del Risorto, proprio come hanno fatto le donne dei Vangeli.